L’Umbria è la regione con la contrazione più alta dei consumi

I segnali di ottimismo vengono puntualmente smentiti da notizie di tutt’altro segno.
Economia

Di Mario Bravi - Nell'analisi dell’andamento dell’attuale fase economica e sociale prevale la valutazione del giorno per giorno, con segnali di ottimismo che vengono puntualmente smentiti nel brevissimo periodo da notizie di tutt’altro segno.

 Forse per capire realmente ciò che sta succedendo occorre una riflessione di più lungo respiro non influenzata dall'immediatezza e dalla contingenza. Per questo motivo  ritengo utile ragionare sui recenti dati pubblicati dal Sole 24 Ore (8 agosto 2016) ed elaborati su fonti Istat.

Questa ricerca ci dice che l'Umbria ha un rapporto virtuoso nel divario tra redditi dichiarati e consumi: infatti è al quintultimo posto tra tutte le regioni italiane. Nel 2014 13.241 euro rispetto a consumi pro-capite pari a 15.699 euro con una differenza del 18,6% rispetto ad una media nazionale del 21,7%.Ma se nella nostra regione si evade di meno, e questo è un indicatore indubbiamente positivo, è invece preoccupante il dato sul calo, anzi sul crollo dei consumi. Infatti la stessa ricerca mette in evidenza che in Umbria  nell’arco temporale 2007-2014 i consumi sono diminuiti del 15,7%, passando da una media nel 2007 di 18.621 euro a 15.699 euro nel 2014. Nello stesso periodo  a livello nazionale si è passati dai 18.407 euro del 2007 ai 16.361 euro del 2014, con una flessione del 11,1%.

L‘Umbria risulta quindi essere la regione che ha perso di più in termini assoluti ed in percentuale. Inoltre c’è anche  da ricordare che nel 2007 si collocava, anche se di poco, aldisopra della media nazionale mentre nel 2014 è aldisotto. Questi dati dovrebbero far riflettere, perché uniti ad una diminuzione degli abitanti (sempre certificati dall’Istat)  più alta del resto dell'Italia (-4 mila persone) indicano il rischio sempre più presente di un costante e progressivo indebolimento della nostra regione. Una flessione che non si contrasta con facili ottimismi o con misure spot che rischiano di essere solo dei semplici palliativi ma con seri interventi  strutturali che rimettano al centro il lavoro e lo sviluppo.