E’ tempo d’estate e delle gite fuoriporta

Ferentillo e la Grotta delle Mummie e San Pietro in Valle
Cultura

Di Adriano Marinensi- Per i ternani, appena l’aria si riscalda, la tradizionale gita fuoriporta si chiama innanzitutto Piediluco oppure la montagna di Cesi oppure Carsulae ed anche i Prati di Stroncone. La distanza da percorrere ovviamente dev’ essere breve.

Vediamo allora qualche variante a portata di mano. Per esempio, in Valnerina, parte nobile dell’Umbria che – per dirla con Alfredo Oriani – “mena, attraverso vaghe campagne, ai primi colli dell’Appennino”. Dove sono, soprattutto gli anziani, i “guardiani” delle tradizioni legate ai valori comunitari ed all’identità della nostra regione.

In Valnerina, a Ferentillo, c’è una grotta, sotto la Chiesa di S. Stefano (1400) dove si può fare un incontro con la morte. Però, senza farsi prendere dalla paura. Poco più avanti, a S. Pietro in Valle è possibile un suggestivo “ripasso” della storia che, qui da noi, ha sempre un particolare fascino sentimentale. Allora, in macchina (i più robusti possono affrontare il percorso in bicicletta) e via, costeggiando il Nera. Se fossi poeta, quasi, quasi mi azzarderei a scrivere : il fiume silente che con il suo umido respiro fa d’intorno la clamide d’erba dei prati mai riarsa. Ma rimatore non sono e neppure scrittore e quindi avanti, uno sguardo alla Cascata delle Marmore con gli occhi - ora si di un poeta vero - George Byron: “Odi frastuono d’acque ! Alto Velino, nel precipizio che coi flutti aperse, piomba o cascata d’acqua. Con fulminea rapidità, luce, spumeggia, scuote l’abisso”. A catturare lo sguardo c’è poi il Castello di Arrone. Noi però siamo diretti a Ferentillo per la prima tappa: la Grotta delle Mummie, le quali, prima di entrare, ci avvertono: “Noi eravamo come voi siete, voi sarete come noi siamo”. Un monito troppo spesso dimenticato dall’uomo, freneticamente alla ricerca dell’edonismo di stampo moderno. Per tutti loro, la sentenza fatale non è di adesso. Ascolti chi ti narra le vicende e ti sembra leggenda, invece par che sia vero.

Ci sono conservati, a grandezza naturale, i corpi mummificati di individui deceduti da secoli. Il benvenuto te lo danno il gobbo Severino, insieme all’avvocato morto di coltello, agli sposi cinesi uccisi dal colera, al soldato napoleonico finito sul patibolo, alla donna deceduta durante il parto. Sul fondo della grotta, bene allineati e sovrapposti, i turpi teschi dalle occhiaie cave, tratti dai sepolcri quando Napoleone emise l’Editto di Saint Cloud (12 giugno 1804). Il corso terribile, ordinò che le sepolture avvenissero fuori delle mura urbane, in tombe tutte uguali, ricchi e poveri alla pari di fronte al mistero dell’ aldilà. Fatta rara eccezione per coloro ai quali i concittadini avessero riconosciuto particolari meriti. Solo essi, era scritto, “avranno sulle tombe una pietra modellata in forma di corona di quercia”.

Si arrabbiarono in molti per le prescrizioni di quell’Editto. Compreso Ugo Foscolo che espresse la sua riprovazione nell’ode intitolata “Dei Sepolcri”. E pure Ippolito Pindemonte (il traduttore dell’Odissea). Era l’égalité della Rivoluzione francese, in vita e in morte, oppure, se più vi aggrada, “’A livella” del Principe Totò. Comunque sia, l’entrata in grotta sollecita il pensiero, la riflessione e la curiosità. Perché, quei corpi non si sono disfatti nel tempo ? Il motivo pare si debba ricercare in talune particolari condizioni ambientali ed alla presenza di microrganismi che hanno favorito la conservazione. Comunque, si tratta di un fenomeno raro e singolare che ha trasformato la Grotta delle Mummie in luogo di attrazione turistica.

La gita fuoriporta prosegue lungo l’incantevole scenario della Valnerina. Vedo i poggi ed il verde, proprio come Oriani vide i suoi: Il piccolo campanile slanciandosi sopra le case, strettegli attorno con timida premura, sembra guardar giù con sguardo protettore. In alto, sulla sinistra, si presenta l’Abbazia di S. Pietro in Valle, alle pendici del Monte Solenne. La sua data di nascita risale all’VIII secolo ad opera di Faroaldo II, Duca di Spoleto. La narrazione sostiene che S. Pietro venne in sogno al longobardo, consigliandolo di costruire, ad amnistia delle colpe commesse, un Cenobio nel luogo dove vissero due sant’ uomini: gli eremiti Lazzaro e Giovanni. E Lui, Faroaldo, fece erigere Chiesa e Convento che, ancora oggi, si mostrano (il Convento un po’ meno in quanto ci hanno allestito un ristorante) in tutta la loro intatta maestà. Quando suo figlio Trasamondo II lo costrinse a lasciargli in ducato, Faroaldo si fece monaco in quel Monastero, vi morì e fu sepolto.

Ci sono diversi Pontefici nella vicenda di S. Pietro in Valle. Uno si chiama Innocenzo VIII (1484 – 1492) e da Cardinale Giobatta Cybo. Leggendo la biografia si scopre autore di una “bolla” che confermava la procura agli inquisitori nel perseguire gli individui sospettati di essere in combutta con il demonio (eretici e streghe). Prima di indossare la tonaca, da laico, era stato alla corte di Napoli con incarichi di rilievo. Aveva avuto il tempo di mettere al mondo sette figli. Come Alessandro VI Borgia, pure Innocenzo teneva famiglia e se la portò in Vaticano da Papa. Due figli li riconobbe e gli altri ebbero adeguate prebende. Uno dei “riconosciuti” si chiamava Franceschetto e a lui il babbo assegnò, tra l’altro, il Ducato di Spoleto e la Contea di Ferentillo. Perciò, Franceschetto divenne Governatore dell’Abbazia di S. Pietro in Valle. Un suo discendente, Alberico Cybo Malaspina, ch’era già Signore di Massa e Carrara, fu Governatore di Monteleone di Spoleto e Conte di Ferentillo.

La Chiesa conserva affreschi di scuola umbra medievale e di buon pregio, mentre al II - III secolo risalgono 4 sarcofagi probabilmente provenienti dall’oriente. Costituisce rilevante testimonianza del fiorente Ducato longobardo di Spoleto. La guida turistica informa che gli affreschi raffigurano storie del Vecchio Testamento e della vita di Gesù, dalla Separazione della luce dalle tenebre, alla Costruzione e Vita dell’ Arca, alle Nozze di Cana. Ci sono poi due curiose lastre d’altare, scolpite a bassorilievo, risalenti alla metà dell’ VIII secolo. Pare le abbia commissionate a tale mastro Orso (c’è scritto “Ursus magester fecit”), Ilderico, altro Duca di Spoleto, “pro rimedio animae”, forse perché cosciente dei peccati suoi. In tempi successivi, il complesso passò alla famiglia Ancajani e, nel 1917, l’ultima discendente donò la Chiesa alla Parrocchia di Ferentillo e vendette il Convento ad altri privati.

Dunque, in un pomeriggio, da Terni, facendo poca strada, abbiamo reso interessante la nostra gita fuori porta, visitando due dei tanti luoghi che, in Umbria, la storia e la cronistoria orale hanno affidato ai posteri. Insieme alle torri, ai castelli, alle pievi, ai borghi antichi, incorniciati dalle bellezze naturali di un ambiente tipico della nostra regione. Di “scampagnate intelligenti” ce ne sono tante da fare, magari sconfinando nella vicina terra Sabina, in Toscana e nel Lazio, dove il territorio offre “tesori” di uguale pregio e cultura.