10 aprile 1991: la morte fece strage sul traghetto Moby Prince

141 persone in mezzo al fumo ed alle fiamme: un solo superstite
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Cronaca

di AMAR - Una delle più orrende tragedie del mare è accaduta l’oggi di 30 anni fa. Una specie di Titanic in formato ridotto, ma ugualmente terribile. Verso le dieci di sera, il traghetto Moby Prince, in servizio di linea tra Livorno e la Sardegna, inizia la procedura della traversata. E’ una motonave importante ed ha una elevata capacità di trasporto. Quella sera a bordo c’è un carico molto ridotto: 141 persone, equipaggio e Comandante compresi. La manovra è uguale alle altre precedenti. Quindi, atmosfera tranquilla ed i passeggeri intenti ad espletare le pratiche della partenza. Ci sono, insieme ai genitori, anche Sara, 5 anni e Ilenia, un anno; molti i “minori di anni 20”, denominati piccoli di camera.

Nulla dunque da segnalare. Sino ad un miglio e mezzo al largo, quando la Prince va a sbattere contro l’ Agip Abruzzo, nave cisterna con un carico di 2.700 tonnellate di petrolio. La collisione provoca la rottura di un serbatoio e un rilrvante quantitativo di petrolio finisce addosso alla prua del traghetto. Un attimo dopo s’incendia. Ci vuole mezz’ora prima che le fiamme si propaghino fino al salone dove l’equipaggio ha fatto radunare i passeggeri. Di ore invece ce ne vogliono più di una e mezza prima dell’arrivo dei soccorsi. Intanto, la Prince si è spostata dal punto di impatto perché i motori sono rimasti accesi. Sta di fatto che ad individuare le fiamme nella notte sono due imbarcazioni prive di mezzi antincendio; riescono soltanto a prendere a bordo il mozzo siciliano che sarà il solo superstite del sinistro.

Come la tragedia di tali dimensioni sia potuta accadere a poca distanza dal porto, è l’interrogativo al quale cercano di rispondere subito gli inquirenti. In primis, l’errore umano, accompagnato dal malfunzionamento dei dispositivi di sicurezza e dalla velocità. Addirittura viene ipotizzata la distrazione dai comandi: alla stessa ora la T V ha trasmesso la semifinale della Coppa delle Coppe tra Juventus e Barcellona. Ipotesi poi smentita, così come l’avaria al timone e la presenza della nebbia che può calare improvvisa, causa lo sbalzo termico tra la temperatura dell’atmosfera e del mare. Durante l’iter giudiziario, è finita al macero pure la suggestiva insinuazione dell’attentato con bomba; smentito il ritrovamento di importante documentazione negli archivi satellitari americani e il traffico di armi e rifiuti da parte di una nave presente in porto quel giorno.

Soprattutto le cause del ritardo dei soccorritori andavano chiarite, avendo alta rilevanza penale. “May Day, May Day - aveva tempestivamente segnalato alla Capitaneria di porto la Moby Prince - siamo in collisione e stiamo prendendo fuoco, ci serve aiuto!” E la posizione dell’Agip Abruzzo era corretta? Verso la petroliera s’erano dirette le prime imbarcazioni, in quanto il Comando aveva parlato della collisione con una bettolina e non con la nave passeggeri. Quando la Moby Prince viene raggiunta, occorrono alcune ore per domare l’incendio. Ma ormai è troppo tardi.

Il fascicolo aperto dall’Autorità inquirente si basa sulla omissione di soccorso e sull’omicidio colposo plurimo. Quattro anni di indagini, poi inizia il processo. Tre gli imputati principali, più un marinaio di leva, accusato di non aver notificato, nel tempo prescritto, la richiesta d’aiuto. Altri due anni ed arriva la sentenza di primo grado: assoluzione per tutti. La cronaca segnala una strana appendice: il Presidente della Corte giudicante si prese, poco dopo, la condanna per taluni “illeciti ambientali” all’Isola d’Elba. In Appello, è arrivato il “non doversi procedere per intervenuta prescrizione”. Dal punto di vista giudiziario dunque, ogni casella giusta al posto giusto.

Non l’ha pensata allo stesso modo la Commissione parlamentare appositamente nominata allo scopo di far luce nel buio di quella terribile notte. In relazione sta scritto che “la nebbia è stata utilizzata quale giustificazione del caos dei soccorsi e la prima indagine si è rivelata carente”. Ancora, “l’accordo assicurativo, intervenuto tra le parti, ha condizionato l’operato dell’Autorità giudiziaria”, mentre “l’indagine medico - legale è stata eseguita in maniera lacunosa”. Per quanto riguarda l’Agip Abruzzo, “ si trovava in zona di divieto d’ancoraggio” e la Capitaneria di porto “si è dimostrata carente nella gestione dei soccorsi”. Si legge: “la morte dei passeggeri e dell’equipaggio non è avvenuta entro 30 minuti, come invece riportato negli atti processuali”. Se non si trattasse di una mostruosa sciagura, si potrebbe dire, con Gino Bartali: tutto sbagliato, tutto da rifare. Intanto però - la colpa chissà di chi sarà - l’evento è costato il sacrificio di 140 vite umane, comprese le piccole Sara e Ilenia, oltre ad un gran numero di giovani. Loro, di sicuro, senza colpa alcuna.