Giovanni Ajmone Cat, studente perugino ed esploratore antartico

Sarebbe bello che l’Ateneo perugino dedicasse un’iniziativa ad uno dei suoi allievi più illustri
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Domenica 1° settembre 2002, alle ore 18,30, proveniente da Torre del Greco, attraccava nel porto di Anzio, con al timone il comandante Giovanni Ajmone Cat, il bastimento San Giuseppe Due, lo stesso motoveliero che trent’anni prima aveva raggiunto due volte il Polo Sud per portare la bandiera italiana marittima dove non era mai stata e per dimostrare, con un po’ di orgoglio “che gli italiani – parole del Comandante – sono gente dotata di fantasia e capacità organizzativa tali da realizzare, con pochi mezzi, imprese che ad altri costerebbero molto di più”.
Questa volta il legno non era reduce da nessuna gloriosa spedizione, ma tornava per essere destinato al museo di Via Nettunense, per essere collocato a riposo nella cavea di cemento armato appositamente realizzata accanto alla villa di Ajmone Cat.
Una casa ove i reperti dell’Antartide, scientificamente ordinati, convivevano con suggestive memorie d’Africa, trofei di viaggi e di cacce, documenti di storia militare e familiare…
Forse, veniva da pensare trovandosi in quel luogo, l’archetipo del Vittoriale è sempre vivo nell’italiano che si accinge al racconto della propria storia.
Le vicende successive, dipanatesi negli anni e riportate da tutta la stampa nazionale – la morte del comandante, le iniziative promosse in memoria delle sue vicende, il restauro del natante e la sua museificazione – fanno oramai parte della storia e sarebbe inutile ripeterle.
Interessante e sicuramente non conosciuta è invece la vicenda perugina di Giovanni Ajmone Cat che visse diversi anni nel capoluogo come studente presso la nostra Università, laureandosi brillantemente in Agraria nel ’59 – relatore il professor Giacomo Giorgi – con una tesi sulla conduzione di un’azienda agraria dell’Agro Pontino. Anni senz’altro felici, tra studi e goliardia. Una figura, quella di Giovanni, che ben ricorderanno i colleghi di studio e gli amici; la sua cordialità, la generosità e e le scorribande sulla sua favolosa Lancia Artena Torpedo del ’34, un sogno di macchina, l’eleganza perfetta.

Giovanni Ajmone Cat, nato a Roma nel 1934 e spentosi a Como nel 2007, aveva l’avventura nel sangue.
Era figlio di Mario, primo Capo di stato maggiore della risorta Aeronautica militare, e di Carla Angela Durini, che negli anni del regime fascista compì, per conto del Governo, la prima attraversata dell’Africa equatoriale, dal Mar Rosso a Lobito in Angola, su mezzi meccanizzati che erano camion forniti dalla Om; un’impresa che ebbe una certa eco e venne filmata dall’Istituto Luce in un lungo documentario ancora oggi visibile.
Anche le avventure del San Giuseppe Due e del suo Comandante riempirono, a loro tempo, le pagine della cronaca italiana, sebbene fossero anni quanto mai ostili alle espressioni di vis patriottica.
Era il 1968 quando Giovanni Ajmone Cat, agronomo con la passione del mare e un’esperienza fatta da mozzo sulle barche da pesca del litorale laziale, commissionò al cantiere Palomba di Torre del Greco la costruzione di un’imbarcazione con precise caratteristiche: una feluca di sedici metri, con due vele latine.
Sebbene Antonio Palomba fosse un maestro d’ascia appartenente ad una famiglia di costruttori i cui scafi navigavano da almeno un secolo i nostri mari, l’impegno si rivelava assai notevole, poiché il committente, inserendo nel suo capitolato alcuni inconsueti e robustissimi rinforzi nelle strutture, aveva fatto immediatamente intendere quale sarebbe stato il primo viaggio del motoveliero: una crociera in Antartide.
Gli accordi vennero comunque mantenuti e così il 27 giugno 1969 il San Giuseppe Due nuovo di zecca salpava dal porto di Anzio per un’avventura fuori del tempo, riprendendo una tradizione interrottasi verso la fine dell’800, quando Giacomo Bove, tenente di Vascello della Regia Marina italiana, condusse la Goletta San Josè in una spedizione verso le terre antartiche a Sud dell’America Latina.
Ajmone Cat volse la prua verso Gibilterra, poi raggiunse l’Atlantico e gli scali a Buenos Aires, Montevideo, Mar del Plata e, ancora più a Sud, le isole Falkland/Malvinas, lo stretto di Drake e finalmente approdò tra i ghiacci dell’Antartide, ove venne piantato per la prima volta il tricolore. Quindi il ritorno.
Dopo questo primo assaggio di avventura – durato comunque due anni – le terre bianche erano oramai entrate nel cuore del Comandante, cosicché nel ’73 il San Giuseppe Due, interamente revisionato, riprese il mare, ma questa volta la spedizione, di carattere esclusivamente scientifico, nasceva sotto l’egida della Lega navale italiana, con contributo di mezzi della Marina militare, un equipaggio di quattro sottufficiali di Marina e assistenza scientifica dell’Istituto Superiore navale di Napoli. Il 1° luglio 1973 si riparte dunque con uomini nuovi e nuove vele, confezionate secondo la tradizione da un altro mitico artigiano di Torre del Greco, Giovanni Ascione.
Dopo le consuete tappe il legno giunse, navigando tra i ghiacci, alla base di Deception e da lì, per poter svolgere gli studi geologici e i rilievi idrografici stabiliti dal programma, si spinse fino alla base americana di Palmer, a quella inglese di Argentine Island e a quella argentina di Almirante Brown. Poi, dopo mesi di struggente solitudine per l’equipaggio, trascorsi schivando l’insidia degli iceberg con eliche danneggiate e alberi spezzati, di nuovo con la prua verso casa. Il resto, come abbiamo detto, fa oramai parte della storia.
Sarebbe bello che l’Ateneo perugino, tra le iniziative rivolte a ricordare i propri allievi più illustri, volesse dedicare un’iniziativa anche a Giovanni Ajmone Cat, l’ultimo grande esploratore antartico che tra le mura dell’Abbazia di San Pietro sognava le traversate atlantiche che lo avrebbero reso immortale.
               Marco Nicoletti