Barbara Corvi scomparsa, per la Cassazione "inverosimile che sia stata uccisa da Lo Giudice"

Per la Suprema Corte "movente passionale ed economico privi di fondamento”
Amelia

“Il ricorso è infondato e va, pertanto, rigettato”. “E’ scarsamente verosimile che l'indagato abbia ucciso la moglie prima delle ore 17.01, avendo ricevuto numerose e lunghe telefonate in cui peraltro appariva a detta degli interlocutori sereno; che, potendo essere successo il fatto fra le 17.01 e le 17.30, essendo risultato alle successive 17.38 l'indagato già in auto e lontano da casa, Lo Giudice non avrebbe avuto il tempo di uccidere la moglie, ripulire la scena del crimine e occultare il cadavere, considerato che tra le 17.30 e le 18.30 incontrava almeno quattro persone e alle 18 entrava in un bar, apparendo in tal modo inverosimile sia che l'indagato abbia potuto uccidere la moglie in casa sia che lo abbia fatto in auto”.

E’ uno dei passaggi delle motivazioni della sentenza che, alla fine dello scorso mese di settembre, ha rigettato il ricorso presentato dalla procura della Repubblica di Terni contro la decisione del tribunale del riesame che aveva rimesso in libertà Roberto Lo Giudice, arrestato a marzo con l'accusa di avere ucciso e poi fatto sparire il corpo della moglie, Barbara Corvi, scomparsa da Amelia il 27 ottobre 2009, a 35 anni.
La Cassazione ha respinto il ricorso del procuratore di Terni, Alberto Liguori, contro la scarcerazione di Roberto Lo Giudice, il 49enne originario di Reggio Calabria che la procura ipotizza quale responsabile della morte della moglie Barbara Corviscomparsa nel nulla il 27 ottobre del 2009.

Dopo la riapertura delle indagini, nel luglio 2020, a fine marzo 2021 la procura di Terni dispose un’ordinanza di arresto per l’uomo, motivandolo con una serie di riscontri indiziari che, messi insieme, facevano propendere - secondo gli inquirenti - per la colpevolezza. Incarcerato il 30 marzo 2021 a vocabolo Sabbione, il tribunale del Riesame, tre settimane dopo, accolse la richiesta di scarcerazione da parte dei legali, provvedimento impugnato dalla procura in Cassazione.

La Suprema Corte ha ritenuto “il ricorso infondato”, smontando sia la ricostruzione temporale dei presunti accadimenti criminosi, sia l’attendibilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e anche del fratello dell’indagato.

 Il provvedimento – emesso dalla sezione numero uno della Suprema corte - presidente Vincenzo Siani – accoglie in maniera totale le scelte del riesame, sottolineando che “l’ordinanza impugnata con ragionamento scevro da vizi logici e giuridici, evidenzia come il novum a fondamento della richiesta di misura cautelare formulata dalla procura della Repubblica di Terni, costituito dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ed in particolare dalla chiamata in reità del fratello dell’indagato, Antonino Lo Giudice, non consenta di ritenere, pur se letto congiuntamente con gli altri elementi emersi dall’ampia attività investigativa in relazione alla scomparsa di Barbara Corvi, la sussistenza nei confronti di Roberto Lo Giudice di gravi indizi di colpevolezza in ordine all’omicidio della moglie”.

 Non regge, di fronte al Riesame e di fronte alla Cassazione, il “movente economico” che “appare privo di reale fondamento”. 
Stesso discorso per il “movente passionale”: “L’uomo aveva consapevolezza di relazioni extraconiugali della moglie prima della scomparsa della stessa” e “le dichiarazioni dei genitori della Corvi confermano la crisi coniugale della coppia nell’ultimo periodo, seppure il giorno precedente la scomparsa della donna Lo Giudice, dopo avere parlato con la compagna di Barcherini che gli avrebbe confermato la relazione tra quest’ultimo e la moglie, avrebbe colpito con uno schiaffo Barbara Corvi e l’avrebbe affrontata alla presenza dei genitori, inveendo contro di lei e rompendole il telefono cellulare. Comunque detta reazione aggressiva plateale e l’esternazione di risentimento alla presenza di più persone – scrive la Cassazione - appare ictu oculi scarsamente conciliabile con una maturata volontà omicidiaria, al pari del fatto che, subito dopo la scomparsa della moglie, Lo Giudice abbia allacciato una relazione con Caterina Parise, della cui conoscenza pregressa il tribunale ritiene non esservi traccia in atti. Anche tale modus operandi, lungi dall’apparire indice di un effettivo coinvolgimento dell’indagato nella sparizione di Barbara Corvi, appare al contrario eccentrico rispetto al profilo dell’omicida che operi al fine di scongiurare la formazione di sospetti su di sé”.

Quanto alle dichiarazioni rese da tre collaboratori di giustizia (Antonino Lo Giudice, fratello dell’indagato e già capoclan della cosca omonima, Costantino Villani e Federico Greve, già marito di Caterina Parise, la quale a sua volta è sorella di Carmen, moglie di Maurizio Lo Giudice) viene confermato che “tutte le dichiarazioni sono tardive, in quanto rese oltre il termine di 180 giorni fissato dall’articolo 16 quater della legge 82 del 1991 e addirittura a distanza di molti anni dalla iniziale manifestazione della volontà collaborativa, con indubbia ripercussione non sulla loro utilizzabilità nella fase delle indagini preliminari anche ai fini delle misure cautelari personali, bensì sulla loro attendibilità intrinseca, profilo assolutamente trascurato dal primo giudice che, quanto alle dichiarazioni rese da Antonino Lo Giudice, si limita a fare leva sul disinteresse degli inquirenti, confermato da Lo Giudice, all’inizio della collaborazione del capoclan per la vicenda di Barbara Corvi”.