Il 1986: un anno di "importanti" matrimoni e di... qualche funerale

Di Adriano Marinensi - Saltellando tra le notizie contenute nell’ Almanacco 1986, mi sono imbattuto in tre matrimoni – come dire? – ecco: ad alto impatto mediatico. Quello di maggiore ascolto, celebrato in luglio a Londra, ha fatto dire Si (un SI storico e pomposo) a Sarah Ferguson, ex dattilografa alla Conte d’Inghilterra ed al Principe Andrea, terzogenito della (interminabile) Regina Elisabetta II, seduta sul trono britannico dal 1952. L’altro, in gennaio, protagonisti la cantante lirica Katia Ricciarelli ed il presentatore televisivo per antonomasia Pippo Baudo. Il terzo, ancora in gennaio, tra un personaggio un po’ attempatello (di anni 78), Alberto Moravia, famoso scrittore - una trentina di romanzi tra i quali “La Ciociara” - e Carmen Llera, nota “bellezza procace” del jet set italico che di anni ne aveva solamente 31. Vale la pena “rileggerli”, perché potrebbero ben figurare nel frivolo parco delle rimembranze, riservato alla cronaca rosa.

Grande tripudio di folla e di sudditi lungo il percorso da Buckingham Palace alla Cattedrale di Westminster, quel 23 luglio, per osannare gli augusti quarti di nobiltà britannici. La sposa – purtroppo per l’etichetta d’oltremanica – non alla “prima impresa”, essendo passata già nel talamo di due fidanzati, che se l’erano svignata (all’inglese) appena annusato odore di confetti. Dunque, per lei Sarah – leggo – “bagno caldo con idromassaggio al gelsomino” ed abito “color bianco stanco” e lui Andrea, nell’uniforme affascinante di Ufficiale della Royal Navy. Il prezioso e concupito cartoncino d’invito a nozze lo aveva inoltrato, in 1800 esemplari, il Lord Ciambellano di Corte. Officiante all’altare, l’Arcivescovo di Canterbury (mica il prete della Parrocchia di Collesecozza!). A vigilare sulla cerimonia, un esercito di 2000 agenti più o meno segreti e torta a cinque piani, alta più di due metri, pesante 120 chili.

Applausi tipo pioggia torrenziale all’apparire della Sovrana, scortata da una doppia fila di dragoni a cavallo, campane a distesa e banda al suono dell’inno atavico “God save the Queen”. Monarchia inglese a “trazione femminile”: hanno avuto potere Elisabetta I (45 anni), poi Vittoria (64 anni), quindi l’attuale Elisabetta (65 anni a febbraio). Una entrata in scena adeguata alla suprema autorità del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Il vestito e cappello immancabilmente a tinta unita, in colore acceso, talvolta sul pisello, altre volte rosso vermiglio, modello ottocentesco in uso nei college per educande un po’ “battocchione”. Al termine del rito religioso, breve e solenne – anche questo è scritto sui giornali – ecco il monito arcivescovile: “Ciò che Dio ha unito, l’uomo non separi”. Infatti, gli eccelsi coniugi vivono ancor’oggi felici e contenti.

Non è stato purtroppo così per Katia e Pippo, i quali, dopo 18 anni di armoniosa comunione, sono approdati alla dolorosa sponda del divorzio. Con tanto di dichiarazione di lui al Corriere della Sera per dire: “Io amo profondamente e quando un amore muore, mi lascia sempre una cicatrice”. Ma, torniamo al principio della vicenda. Siccome – ammonisce l’adagio – “né di venere, né di marte, non si sposa e non si parte, né si da principio all’arte”; poiché il 17 gennaio 1986, oltre ad essere 17 era pure di venerdì, la coppia si unì il giorno dopo. Certo, per loro nessuna Cattedrale o capitale del Regno. Più semplicemente l’intimo Municipio, già Convento dei Benedettini, di Militello, paese di nascita dello sposo, situato sopra un colle ad una cinquantina di chilometri da Catania. E il Sindaco (DC + MSI) con fascia tricolore ad armacollo, a chiedere: “Vuoi tu Giuseppe Raimondo Vittorio Baudo (classe 1936) prendere in moglie la qui presente Katia Ricciarelli e viceversa?” Un SI discreto e sobrio da parte di entrambi e il tradizionale bacio appassionato, tra i battimani degli amici di riguardo. Con contorno di cronisti e telecamere per lasciare impronte indelebili sulle pagine della storia patria. E un centinaio tra Vigili urbani, Carabinieri e Poliziotti a frenare gli entusiasmi della folla paesana accalcata sul sagrato. Poi, via di corsa verso Mosca per dar la stura ai languori del viaggio di nozze. Alla fine, l’unione si è scomposta, però la notorietà di Katia e Pippo (oggi, ottantenne, Auguri!) è rimasta immutata.

Di tono arcor più contenuto, il coniugio tra Alberto e Carmen: Italo Svevo ci avrebbe scritto un capitolo del suo “Senilità” e Ippolito Nievo di “Le confessioni di un ottuagenario”. I quotidiani, nei giorni successivi al 12 di gennaio, si limitarono a giocherellare su taluni imbarazzi legati alla differenza d’età e ci aggiunsero qualche pettegolezzo birichino. D’altro canto, era una sorta di cerimonia riparatrice, perché i due vivevano già more uxorio da cinque anni. Proprio sul divario anagrafico fecero a Moravia una domanda. Rispose: “Non mi preoccupa affatto. D’altro canto, anche con Dacia Maraini c’erano 29 anni di differenza”. Aggiunse: “Pure Elsa Morante era molto bella da giovane come Dacia e come Carmen, Ma, la bellezza è una cosa misteriosa che viene da dentro”. Di nuovo il giornalista: “Lei ha amato molte donne”. Moravia: “Ne ho amate molte; solo cinque però veramente. E per fortuna, in quanto l’amore è una catastrofe distruttiva, Dopo bisogna ricostruire”. A lui evidentemente l’impegno della ricostruzione non ha pesato più di tanto, se, a quasi 80 primavere, ancora si sentiva abile per affrontare l’impatto con una fanciulla appena trentenne. E’ morto a Roma, il 26 settembre 1990.

Sin qui, i matrimoni più o meno celebri, del 1986. Quell’anno però fece registrare altri accadimenti di rilievo per le cronistorie dell’avventura. Ad esempio, la nube funesta di Cernobyl, vicino Kiev, che in Ucraina causò numerosi funerali (ipotizzarono addirittura 2000 morti) e in Europa portò la grande paura. Ad innescare il tutto, l’incendio nella centrale nucleare, avvenuto alla fine di aprile. Si disse che s’era fuso il “nocciolo” di uranio, innescando un rogo alimentatosi delle tonnellate di grafite presenti nell’impianto. L’Italia della nube si svegliò alla buon’ora dopo l’allarme e ci mettemmo a fare incetta di cibi a lunga conservazione, quasi fossimo alla vigilia di un’ altra guerra. Proibito il latte munto dopo la catastrofe e gli ortaggi a foglia larga e i prodotti provenienti dai territori in odore di radioattività. Andò a ruba lo iodio, ritenuto antidoto di qualche efficacia e le mamme si affrettarono a lavare, ogni giorno, i capelli dei figli per allontanare i pericoli di contaminazione cadenti dal cielo. Fu una lunga occasione di panico, oggi dimenticata, però chissà quanti e quali danni avrà provocato sulle persone e sulla natura la nuvola maledetta.

Sempre durante quell’anno, stava recluso nel carcere di massima sicurezza vicino Voghera - ve lo ricordate? - il bancarottiere Michele Sindona. Gli dissero: “Venga a prendere un caffè da noi”. Caffè al cianuro e don Michele ci lasciò le penne, portandosi nel sepolcro tantissimo “materiale” scomodo per una infinità di personcine non troppo a modo, della cosiddetta Prima Repubblica.