Dalla battaglia sui numeri alla rottura istituzionale: Palazzo Chigi impone il commissario, la Regione accusa l’esecutivo Meloni di colpire la scuola pubblica e le amministrazioni di centrosinistra
Il commissariamento dell’Umbria sul tema del ridimensionamento scolastico segna il punto più alto di uno scontro che da mesi oppone Regioni e Governo e che ora assume contorni apertamente politici. La decisione, assunta dal Consiglio dei ministri, riguarda anche Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna: quattro Regioni amministrate dal centrosinistra, chiamate a Roma non per un confronto ma, denunciano da Palazzo Donini, per subire un atto di forza.
Al centro della vicenda c’è il piano di riduzione delle autonomie scolastiche imposto dal Ministero dell’Istruzione in base ai parametri normativi e agli obiettivi del Pnrr. In Umbria, con una popolazione scolastica di oltre 101 mila studenti, il piano prevedeva il passaggio da 139 a 130 autonomie, con il taglio di nove dirigenze. La Giunta regionale aveva contestato fin dall’inizio i criteri applicati, rivendicando il diritto a due autonomie in più e presentando anche un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica.
Dopo le diffide del Governo, la Regione aveva deliberato sette accorpamenti sui nove richiesti, fermandosi però di fronte a un ricalcolo dei dati ministeriali che – spiegano la presidente Stefania Proietti e l’assessore all’Istruzione Fabio Barcaioli – ha premiato altre Regioni senza riconoscere all’Umbria le autonomie cui aveva titolo. Da qui la scelta di non procedere oltre e di sospendere l’efficacia del provvedimento in attesa dell’esito dei ricorsi. Una linea che l’esecutivo nazionale non ha accettato, affidando ora le decisioni a un commissario ad acta.
Nel comunicato congiunto diffuso dopo la convocazione a Palazzo Chigi, Proietti e Barcaioli parlano senza mezzi termini di una scelta politica: “Oggi il Governo Meloni commissaria l’Umbria e, con essa, la scuola pubblica”. Per la Regione, il nodo non è solo numerico ma sostanziale. In un territorio prevalentemente montano, dove la scuola rappresenta spesso l’unico presidio pubblico rimasto, ridurre ulteriormente le autonomie significa indebolire la coesione sociale e colpire le aree più fragili.
La Giunta rivendica di aver chiesto per oltre un anno un confronto sui criteri del dimensionamento, sui numeri e sulla distribuzione delle autonomie scolastiche, senza mai ottenere risposte. “Solo pressioni – denunciano – nessun tavolo, nessuna disponibilità a discutere. L’unica convocazione arriva ora, non per chiarire, ma per commissariare”. Un elemento che rafforza la lettura politica della vicenda, anche alla luce del fatto che nessuna Regione amministrata dalla destra subisce lo stesso trattamento.

Il Governo giustifica l’operazione richiamando i target del Pnrr, che impongono tempi e soglie precise entro il 2026. Ma per la Regione Umbria si tratta di “tagli indiscriminati” che tradiscono lo spirito originario del Piano, nato – sostengono Proietti e Barcaioli – per riordinare il sistema scolastico, non per ridurne la presenza nei territori. Una critica che si inserisce in un quadro più ampio di riduzione degli investimenti: meno docenti, meno personale Ata, meno risorse per i servizi educativi 0-6 anni e una progressiva contrazione delle figure dirigenziali.
Nel comunicato, la Giunta richiama anche i dati nazionali: l’Italia è ultima in Europa per investimenti in istruzione, con il 7,3% della spesa pubblica e il 3,9% del Pil. In questo contesto, la scelta del Governo viene letta come l’ennesimo segnale di disinvestimento sulla scuola pubblica, soprattutto nelle aree interne, mentre cresce il numero di studenti per classe nei grandi centri urbani.
La Regione assicura che la battaglia non si ferma. “Non ci siamo piegati alla minaccia del commissariamento – affermano Proietti e Barcaioli – e continueremo a difendere questa posizione sia sul piano giuridico, con il ricorso al Presidente della Repubblica, sia su quello politico”. Una linea che ha già trovato il sostegno di esponenti parlamentari del centrosinistra, che parlano di una manovra inaccettabile e di un Governo incapace di dialogare con i territori.
Il commissariamento, dunque, non chiude la partita ma apre una nuova fase di conflitto istituzionale. Sullo sfondo resta una questione che va oltre l’Umbria: il ruolo della scuola pubblica, il rapporto tra Stato e Regioni e il rischio che il Pnrr diventi lo strumento per legittimare una stagione di tagli anziché di rilancio del sistema educativo.





