L’ateneo perugino si ferma al 24% di docenti e ricercatori provenienti da altri atenei: sotto la nuova soglia del 25% fissata dal governo. Brilla invece l’Università per Stranieri, sul podio nazionale con oltre il 51%
L’Università di Perugia figura tra gli atenei statali meno aperti alla mobilità di docenti e ricercatori. A dirlo sono gli ultimi dati – non ancora definitivi – pubblicati da Il Sole 24 Ore e messi a disposizione dal ministero dell’Università guidato da Anna Maria Bernini.
Il quadro emerge in un momento di transizione normativa: il governo si prepara infatti a innalzare dal 20 al 25 per cento la quota minima di professori e ricercatori “esterni”, cioè non reclutati all’interno dello stesso ateneo, da raggiungere nella programmazione triennale. Un passo in avanti che non dovrebbe risultare traumatico per la maggior parte degli atenei: 49 su 61 già superano la soglia del 25 per cento, mentre 58 rispettano l’attuale limite del 20.
Nel panorama umbro, però, i due atenei mostrano risultati molto diversi.
Sul podio nazionale si colloca l’Università per Stranieri di Perugia, che nel triennio 2022-2024 ha raggiunto una quota del 51,28% di docenti e ricercatori provenienti da altri atenei. Un dato che la colloca al terzo posto in Italia, dietro solo a Modena-Reggio Emilia (63,19%) e Piemonte Orientale (51,38%).
Decisamente più bassa, invece, la performance dell’Università degli Studi di Perugia, ferma al 24,08%. Pur rispettando la soglia minima attualmente prevista per legge, l’ateneo guidato dal rettore Maurizio Oliviero dovrà compiere un ulteriore sforzo per adeguarsi al nuovo limite del 25%, che rappresenta la quota minima di apertura imposta dal Parlamento.
Peggio di Perugia fanno solo nove atenei italiani: la Mediterranea di Reggio Calabria (24%), la Campania “Vanvitelli” (23,91%), Camerino (23,08%), la Politecnica delle Marche (20,76%), Genova (20,34%), lo Iuav di Venezia (20,24%), Cassino (19,53%), il Politecnico di Bari (19,24%) e Cagliari (18,23%).
Un dato, quello perugino, che segnala la necessità di un cambio di passo nelle politiche di reclutamento e nella capacità di attrarre talenti esterni, condizione ormai indispensabile per un’università competitiva e aperta a nuove competenze.





