Le perizie genetiche rafforzano la tesi della Procura: due coltelli in scena e tentativi di depistaggio
Proseguono senza sosta le indagini sull’omicidio di Hekuran Cumani, il ventitreenne di Fabriano ucciso all’alba del 18 ottobre nel parcheggio dell’università a Perugia, accanto al locale 110, dopo una serata trascorsa insieme al fratello e ad alcuni amici. Una lite nata per motivi futili si è trasformata in una rissa violenta culminata nella coltellata fatale.
La perizia sul coltello trovato nell’auto di Abid

Sul coltello da cucina lungo 30 centimetri recuperato e sequestrato il giorno dopo l’omicidio nell’auto di Mohammed Abid – attualmente in carcere con l’accusa di partecipazione alla rissa e porto abusivo di oggetti atti a offendere – gli esperti genetisti incaricati dalla Procura hanno individuato sei tracce di sangue.
Secondo la nuova relazione depositata in vista dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame per Yassin Amri, cinque tracce sarebbero riconducibili a un diciottenne coinvolto nella colluttazione, conosciuto come Simo, mentre una sola traccia apparterrebbe a Cumani. Le genetiste sottolineano che almeno tre macchie risultano più compatibili con schizzi accidentali che con una ferita inferta direttamente, aprendo così a un’interpretazione differente del ruolo di quell’arma.
La tesi degli inquirenti: non è l’arma del delitto
Per la Procura, infatti, il coltello da cucina non sarebbe l’arma utilizzata per uccidere. Secondo numerosi testimoni, Amri – ritenuto l’autore materiale dell’omicidio – avrebbe brandito una seconda lama, un coltello a scatto lungo circa 10 centimetri, nei pochi secondi in cui Cumani veniva colpito mortalmente.
Un’arma che lo stesso Amri avrebbe mostrato sporca di sangue subito dopo l’aggressione, come avrebbe confessato in una telefonata a un amico, Simo, pochi minuti dopo la morte del ventitreenne.
Il coltello a scatto e il telefono gettati nel Tevere

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Amri avrebbe poi gettato il coltello a scatto nel Tevere, insieme al proprio cellulare. I sommozzatori dei vigili del fuoco hanno recuperato entrambi gli oggetti. Nel tentativo di depistare le indagini, il ventunenne avrebbe in seguito consegnato alla Squadra Mobile un altro telefono, non più utilizzato da tempo, presumibilmente per occultare i messaggi compromettenti in cui – sempre secondo la Procura – avrebbe ammesso a più persone di aver accoltellato Cumani.
Un amico, intercettato mentre parlava in auto, avrebbe commentato: «Ha mandato le foto, ha scritto a venti persone. Lui esagera sempre», confermando un quadro di comunicazioni frenetiche e potenzialmente autoaccusatorie.

Il ruolo di “Sifo” e la rete di contatti
Tra i destinatari dei messaggi ci sarebbe anche “Sifo”, già noto alle forze dell’ordine per un agguato ai danni di un buttafuori durante l’estate, episodio in cui sarebbe stato coinvolto anche lo stesso Abid. Una rete di contatti che, agli occhi degli investigatori, rafforza ipotesi e collegamenti all’interno di un contesto di violenza giovanile già monitorato dalle autorità.
Un contesto complesso e un quadro ancora in evoluzione
L’inchiesta della Procura di Perugia delinea un quadro intricato: più armi in circolazione, dinamiche confuse, testimonianze discordanti e tentativi di depistaggio. La distinzione tra il coltello sequestrato e quello che avrebbe realmente colpito Cumani resta centrale per la ricostruzione giudiziaria.
Mentre il Tribunale del Riesame si prepara a valutare la posizione di Yassin Amri, le nuove analisi genetiche e le intercettazioni aggiungono tasselli importanti a una vicenda che appare sempre più complessa e drammatica.





