Cadono le accuse di maltrattamenti. Assolte con formula piena anche altre tre insegnanti finite a processo per omissione
È stata assolta con formula piena, «perché il fatto non costituisce reato», la maestra dell’asilo nido comunale di Deruta arrestata, ai domiciliari, nel novembre 2019 con l’accusa di maltrattamenti nei confronti di due bambine di età inferiore ai due anni. Con la stessa formula il tribunale collegiale di Spoleto ha assolto anche altre tre insegnanti coinvolte nel procedimento: per loro l’accusa era di omissione, ossia di non aver segnalato i presunti episodi contestati alla collega.
Si chiude così, dopo un iter processuale durato sei anni, una vicenda che aveva suscitato forte clamore in città e non solo. L’accusa aveva chiesto una condanna a due anni di reclusione per la maestra principale imputata.

All’epoca dei fatti l’insegnante, originaria di Roma, era stata posta agli arresti domiciliari dai carabinieri con l’accusa di aver posto in essere condotte minacciose, denigratorie e violente nei confronti di due bambine. Secondo l’impostazione accusatoria, le piccole sarebbero state costrette a mangiare con modalità ritenute coercitive, strattonate, messe in punizione in bagno e, in un caso, colpite con uno schiaffo e trascinate con forza perché non volevano mangiare la frutta.
Le indagini si erano avvalse di intercettazioni ambientali, con microfoni e telecamere installati all’interno della struttura scolastica. Nelle registrazioni erano state captate frasi come: «Smettila quando ti parlo, qui non stai a casa tua che piangi» oppure «Se non apri la bocca ti ficco il cibo nel naso», elementi che avevano portato all’adozione della misura cautelare e al successivo rinvio a giudizio.

Nel corso del dibattimento la difesa, rappresentata dall’avvocato Marco Brambatti, ha contestato l’impianto accusatorio sotto diversi profili. Prima dell’arringa finale, il legale ha depositato una memoria in cui ha eccepito l’inutilizzabilità delle intercettazioni audio e video, ritenute viziate per presunte violazioni dell’articolo 268 del codice di procedura penale e per una mancata sincronizzazione tra immagini e suoni, circostanza che – secondo la difesa – avrebbe inciso sulla possibilità di attribuire con certezza le frasi all’imputata.
Ampio spazio è stato inoltre dedicato alle testimonianze raccolte in aula, dalle quali, secondo la ricostruzione difensiva, sarebbe emerso un contesto educativo sereno, privo di un clima di sistematica vessazione, e un quadro «radicalmente diverso» rispetto a quello delineato dalla Procura. Al termine del processo il collegio giudicante ha escluso la responsabilità penale della maestra, pronunciando l’assoluzione con formula piena da tutte le accuse.
Con la sentenza del tribunale di Spoleto si chiude dunque definitivamente la vicenda giudiziaria, con l’assoluzione di tutte le imputate e l’esclusione di ogni responsabilità penale.
L’assoluzione della maestra dell’asilo nido di Deruta, insieme alle tre colleghe finite a processo per omissione, chiude una vicenda che per sei anni ha inciso profondamente sulla vita professionale e personale delle imputate e sull’intera comunità. La formula «perché il fatto non costituisce reato» non è un dettaglio tecnico: significa che il tribunale ha escluso la rilevanza penale delle condotte contestate, smontando l’impianto accusatorio.
Il caso, fin dall’inizio, aveva suscitato forte emozione. Le accuse riguardavano bambine molto piccole, le intercettazioni ambientali avevano restituito frasi dure, e l’arresto ai domiciliari aveva segnato uno spartiacque mediatico. In situazioni simili, l’impatto sull’opinione pubblica è inevitabile: quando si parla di minori, la sensibilità è massima e la reazione immediata.

Il processo, però, ha un’altra funzione: verificare, con rigore e nel contraddittorio tra accusa e difesa, se quei fatti integrino davvero un reato e se siano attribuibili con certezza agli imputati. In aula sono emerse contestazioni tecniche sull’utilizzabilità e sulla qualità delle intercettazioni, oltre a testimonianze che hanno descritto un contesto educativo differente da quello ipotizzato inizialmente. Il tribunale, al termine di questo percorso, ha ritenuto non provata la responsabilità penale.
Resta il tema del tempo della giustizia. Sei anni di processo rappresentano un periodo lungo, soprattutto per chi nel frattempo ha visto la propria reputazione messa in discussione. L’assoluzione restituisce dignità giuridica, ma non cancella automaticamente il peso umano e professionale di un’accusa così grave. Allo stesso tempo, la vicenda ricorda quanto sia delicato il confine tra severità educativa, eventuali condotte inappropriate e rilevanza penale. La tutela dei minori resta un principio imprescindibile, ma altrettanto fondamentale è la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
La chiusura del procedimento con formula piena impone ora una riflessione equilibrata: sul ruolo delle indagini, sull’importanza del dibattimento e sulla responsabilità di raccontare casi così sensibili con prudenza, nel rispetto delle persone coinvolte e della verità processuale.






