Il Corso terribile (che conquistò l’Europa) e i suoi 7 fratelli

di Adriano Marinensi
Quando i coniugi Carlo Buonaparte (generale) e Letizia Ramolino (di nobile casato), ad Ajaccio, in Corsica, il 15 agosto 1769 misero al mondo il loro terzo figlio, dei 13 concepiti, non avrebbero mai immaginato di avere conquistato un posto di rilievo nei libri di scuola. Era nato quel giorno l’Imperatore Napoleone Primo Bonaparte (la lettera U la cancellò lui quando divenne il Grande). Di quei 13 ne camparono 8 e vissero tutti felici e contenti.
Dai tempi del Primo Console, con pieni poteri, a quelli di Napoleone III° a Sedan, per un arco di quasi 70 anni, l’Europa dovette fare i conti con la sete di grandezza di questi due “moschettieri” e mezzo (mezzo fu il Re di Roma). Un Impero, il loro, un po’ vero, un po’ sedicente che fu causa di lotte armate senza quartiere. E fortune abusivamente attribuite per nepotismo esasperato.
Oltre al Primo Imperatore, pure i fratelli e sorelle ebbero, per raccomandazione ricevuta, ottimi posti di lavoro (si fa per dire). Giuseppe fu Re di Spagna, Luigi Re d’Olanda, Girolamo Re di Vestfalia, Luciano Principe di Canino; poi Carolina, moglie di Gioacchino Murat Re di Napoli, Elisa Granduchessa di Toscana e Paolina illustrissima Principessa Borghese (quella della famosa e sensuale statua scolpita da Antonio Canova). Insomma, una famigliola ben sistemata nelle alte sfere, pur se un po’ sparpagliata in giro per il Continente.
Ovviamente, il protagonista assoluto fu Napoleone, il primo della “trimurti”, guerriero esagerato, trascinatore di eserciti in tanti trionfi (e qualche sonora sconfitta). Eppure non aveva manco l’autorevolezza naturale data dal fisico imponente. Era corto di statura e si doveva infiocchettare per apparire: in dialetto ternano, lo avrebbero definito un “cazzabbubbulu”. Aveva vinto a Tripoli, a Marengo, a Ulma, ad Austerlitz, a Jena ed a Borodino in quella campagna di Russia che gli fu fatale: partirono in tanti (la Grande Armee), tornarono in pochi. Cadde a Lipsia (1813) e finì confinato all’Isola d’Elba, dove diventò il patetico Sovrano del più piccolo Stato del Continente.
All’Elba, attorniato da una Corte da commedia dell’arte, rimase tre mesi. Ebbe la compagnia di mamma Letizia, della sorella Paolina e, per un giorno, dell’amante, la Contessa Maria Walewska, insieme al loro figlio del peccato, Alessandro. I suoi avversari europei, che gli avevano scatenato contro sei Coalizioni, ritennero avesse abbandonato i sogni di celebrità. Sbagliarono perché, alle 5 della sera del 26 febbraio 1815, Napoleone salpò dall’isola verso la Francia. La madre gli consegnò ciò che possedeva e disse: “Il Cielo non permetterà che Voi moriate qui di veleno, né in un giaciglio indegno di Voi, ma solo con la spada in mano”.
Rientrato a Parigi (marzo 1815), seguì il monito materno, riprese la spada in mano – il volo dell’Aquila – e, per cento giorni, tornò il gradasso precedente, alla testa di un esercito ricostituito. Rinacque pure l’alleanza tra i suoi nemici al Congresso di Vienna e il Duca di Wellington, a capo della VII Coalizione, lo sconfisse a Waterloo (18 giugno 1815). Di nuovo in esilio, però, questa volta, lontano, lontano, nell’Isola di S. Elena, in mezzo all’Oceano Atlantico, dove morì.
Così Manzoni: Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro, stette la spoglia immemore orba di tanto spiro … Macché, quel 5 maggio 1821, era morto un guerrafondaio. Altro che “tanto spiro”! Aveva scombussolato popoli e Paesi, con appresso la furia delle armi, alla ricerca della gloria. Altro che: “Al subito sparir di tanto raggio”. Manzoni tentò di salvarsi dal servo encomio, con la domanda: “Fu vera gloria?” E la risposta : “Ai posteri l’ardua sentenza”.
Aveva lasciato un erede. Quindi, per diritto di casta, ecco Napoleone II. Alla nascita (1811) lo salutarono con 111 colpi di cannone, ma nessun ruolo ebbe per la storia. Entrò da protagonista soltanto in un lavoro teatrale, L’Aiglon (L’Aquilotto) di Edmond Rostand. Dell’’Aiglon, nella sua Opera omnia, Alfredo Oriani traccia un identikit impietoso. Scrive: “Che cosa significavano tutte le sue (di Napoleone I, n. d. a.) battaglie, gli eserciti sconfitti, le capitali violate, le corone infrante, se di lui restava quell’ufficialetto austriaco con le mani tremule che non avrebbero mai saputo sollevare né una spada, né una gonna?”
Dunque, questo Re di Roma, incoronato con tanto titolo nella culla, era nessuno. Se non un prigioniero di razza, custodito nelle fortezze asburgiche, senza padre e senza madre al fianco. Quella madre, Maria Luisa d’Austria, diventata Imperatrice di Francia che odiava i francesi, assassini di sua zia Maria Antonietta, decapitata sulla ghigliottina. Il figlio dell’Aquila non aveva neppure il nido, figurarsi il trono di Roma. Veterani delle vecchie armate vennero segretamente a lui nel nome del padre, ma per lui, il poema era già chiuso. Non aveva le physique du role.
Poiché, al pari del Papa, morto un Napoleone se ne fa subito un altro, ecco entrare nella ribalta francese il Terzo: Carlo Luigi, nato nel 1808, il traditore della Repubblica romana di Mazzini e Garibaldi. Era nipote del Primo in quanto terzogenito del fratello Luigi, Re d’Olanda e di Ortensia Beauharnais, a sua volta (sembra uno scioglilingua) figlia di primo letto della prima moglie Giuseppina del Primo Napoleone. Carlo Luigi Napoleone divenne presto punto di riferimento dei nostalgici bonapartisti. Victor Hugo lo appellò Napoleon le petit.
Per non smentire i caratteri familiari, sposò una Grande di Spagna, ebbe più d’una amante e alcuni figli da donne diverse. Dopo un suo fallito colpo di stato, lo arrestarono a Parigi e, sul registro del carcere, scrissero: “Altezza un metro e 66, occhi piccoli, naso largo, bocca ordinaria, carnagione pallida, testa affossata nelle spalle.” Per la nobiltà del suo rango, non proprio un bel vedere. Si presentò candidato alle elezioni francesi del 1848 e fu eletto Presidente della neonata Repubblica.
Un Napoleone di nuovo presente in Europa, che, per di più, restaura l’Impero, non piacque a livello internazionale. Accrebbe il contrasto con la Prussia e ne entrò in conflitto. La sconfitta nella battaglia di Sedan (1870) pose fine alle mire del Terzo Napoleone, fatto prigioniero e anche lui esiliato. Morì il 9 gennaio 1873. Karl Marx scrisse: “I grandi personaggi della storia si presentano due volte (…) la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ora i francesi hanno di nuovo Napoleone in persona con fattezze caricaturali.” Come dire, la saga dei 3 Napoleoni stava finendo in barzelletta.


