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Home » Si torna a parlare dei delitti del “mostro di Firenze”
Opinioni

Si torna a parlare dei delitti del “mostro di Firenze”

admin_editore06 Mins ReadSettembre 23, 2024
 

Una storia criminale di mezzo secolo fa, con 16 morti

di Adriano Marinensi

Se si tratta di una notizia importante, lo è soltanto per coloro che sono nati più di mezzo secolo fa. Riguarda i delitti efferati del mostro di Firenze, costati la vita a 16 persone, per lo più giovani e giovanissime. E’ una lunga e complessa vicenda criminale, in molte parti rimasta misteriosa e controversa, durata molti anni, con otto scene del crimine, tutte in Toscana, diversi protagonisti, qualche confessione, alcuni processi, colpi di teatro e coni d’ombra nelle indagini. Coinvolse gli organi di informazione nazionali ed esteri ed ebbe forte presa sull’opinione pubblica.

La notizia recente riferisce di un Giudice che è stato investito dalla richiesta di revisione di uno dei processi, in quanto un esperimento scientifico scagionerebbe uno degli imputati condannato all’ergastolo. Se l’istanza verrà accolta, presto si ricomincerà a parlare della scia di delitti compiuti con la stessa arma, una pistola calibro 22 (mai ritrovata), tra il 1974 e il 1985. Sette duplici omicidi, diventati otto, quando ai serial killer viene “accreditato” pure il delitto Lo Bianco – Locci. Si tratta del fatto di sangue accaduto il 21 agosto 1968. Dentro una automobile parcheggiata in un luogo appartato, vengono rinvenuti i corpi di Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, amanti. Antonio, 29 anni, sposato, padre di tre figli; Barbara, 32 anni, anch’essa sposata, entrambi residenti a Lastra a Signa, borgo facente parte della città metropolitana di Firenze.

Mentre l’omicida uccide a colpi di pistola, nel sedile posteriore dorme e continua a dormire, un bambino di 6 anni, Natalino, figlio di Barbara. Quando si sveglia è ancora notte, scende e comincia a vagare per la campagna, finché trova un casolare e chiede aiuto. Dice: “La mamma Barbara e lo zio Antonio stanno morti nell’auto” e faticosamente accompagna i soccorritori sul luogo dell’omicidio. Questo delitto però, per lungo tempo, rimane fuori dalla storia del mostro in quanto attribuito a Stefano Mele marito della fedigrafa.

Passano pochi anni ed ecco (14 settembre 1974) iniziare la tragedia in più atti e in fotocopia come gli altri duplici omicidi successivi. Questa volta a morire sono due ragazzi, 19 anni lui, 16 lei, appartati in macchina e uccisi a colpi di pistola calibro 22, la stessa usata per assassinare, il 6 giugno 1981 un’altra coppia e il 22 ottobre dello stesso anno ancora due giovani. Le altre 4 “coppiette” finiscono sotto il tiro della Beretta 22 nei 4 anni successivi (1982 – 1985). Per l’ultimo duplice omicidio (8 settembre 1985) viene condannato all’ergastolo Giancarlo Lotti (morto nel 2002) insieme a Mario Vanni (morto nel 2009) e Pietro Pacciani, soprannominati “compagni di merende” perché facevano insieme bisboccia all’osteria del paese.

Ed eccolo il principale protagonista del dramma: Pietro Pacciani, classe 1925, titolo di studio elementare. Durante la 2^ guerra mondiale lo chiamano alle armi, ma lui preferisce fare il disertore che andare a morire per la Patria. Alla fine del conflitto decide di farsi una famiglia. Dopo alcuni fidanzamenti andati a vuoto, sposa una contadina come lui e ha due figlie. Quando, le bambine diventano adulte, accusano il padre di violenza e Pacciani viene condannato “per essersi congiunto carnalmente – sta scritto in sentenza – con le figlie”. Più tardi, il “rabbioso bifolco” finisce nell’elenco dei coinvolti nei delitti del mostro. Gli inquirenti rinvengono nell’orto di Pacciani un bossolo calibro 22 e sembra quindi di aver ottenuto, a suo carico, la prova regina.

Lo arrestano e va a processo insieme ai Vanni e Lottti. Pacciani, detto il Vampa per il suo carattere fumantino, in primo grado si prende l’ergastolo, in Appello è assolto, la Cassazione annulla quest’ultima sentenza e ordina un nuovo procedimento. Che non si aprirà mai perché – nel febbraio 1998 – l’imputato muore nel suo letto all’improvviso, a 73 anni. La figura del grintoso contadino del Mugello è rimasta per lungo tempo al centro degli avvenimenti del mostro di Firenze, la più intrigante e intricata storia di omicidi seriali della criminalità italiana. Ed ora il “fantasma del mostro”, se fatto uscire dalle nebbie lontane, rischia di tornare a volare.

C’è una “puntata” dell’arcano che ha trovato, a suo tempo, un palcoscenico anche in Umbria. Il 13 ottobre 1985, riaffiora nelle acque del lago Trasimeno il cadavere di uno stimato medico perugino, Francesco Narducci. Lo traggono a riva e si procede ad un sommario riconoscimento. Quindi, in modo anomalo, invece di trasportarlo in obitorio, a disposizione dell’Autorità giudiziaria, finisce nella villa di famiglia per essere presto tumulato. Comincia a quel punto la ridda di congetture e sospetti che, alla fine, porta ad una ipotesi di sostituzione del cadavere e di collegamenti con i fatti delittuosi del mostro. In Tribunale, l’accostamento Narducci, massoneria, delitti toscani non trova sicure convalide.

E siccome siamo in tema di faccende malavitose, eccone un’altra, tornata negli organi di informazione la settimana scorsa: La liberazione di Renato Vallanzascadopo 52 anni trascorsi in prigione per scontare la condanna a 4 ergastoli. Lo hanno mandato ai domiciliari in una casa di riposo. Oggi ha 74 anni e presenta una immagine totalmente diversa dal tempo dei suoi misfatti. Il debutto da adolescente quando libera la tigre di un circo equestre. Poi, l’organizzazione della banda del quartiere, a Milano, dove è nato, prima di approdare, ancora giovane, ai piani alti della criminalità organizzata. Presto diviene famoso per la diretta collaborazione a furti, rapine a mano armata, sequestri di persona con riscatti miliardari (in lire).

Lusso, bella vita e belle donne. E la competizione con l’altro gangster dell’epoca, Francis Turatello. Finito in prigione e condannato a fine pena mai, Vallanzasca si mise in (cattiva) luce per una lunga sequela di tentativi di evasione, alcuni riusciti, altri falliti. Come quello rocambolesco da S. Vittore che finì in uno scontro a fuoco con la Polizia, nella Metropolitana di Milano. In carcere, si rese autore di risse, sommosse e pestaggi di detenuti. Tanto lui, Renato il ribelle, nulla aveva da perdere. Contrasse “matrimonio carcerario” con una delle tante ammiratrici. Ora, a 74 anni, è “evaso” legalmente e ricoverato in un luogo di tutela per anziani in pessime condizioni di salute.

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