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Home » Ottobre 1943: L’infamia nazista percosse gli ebrei del Ghetto di Roma
Opinioni

Ottobre 1943: L’infamia nazista percosse gli ebrei del Ghetto di Roma

admin_editore04 Mins ReadOttobre 17, 2023
 
 

Oggi, in Ucraina e in Israele, l’odio razzista sta seminando rovine e morte

di AMAR

Il suo cognome è un marchio, non una garanzia. Anzi, 80 anni fa, un pericolo. Si chiamava (e ancora oggi in vita) Di Porto. Emanuele Di porto, ebreo. Dodici anni appena, quel giorno di ottobre, quando i nazisti accerchiarono il Ghetto di Roma e, con un elenco in mano, rastrellarono più di mille suoi connazionali. Arrestati, poi condotti alla stazione Tiburtina, caricati su vagoni piombati e internati ad Auschwitz, dopo 4 giorni di viaggio. Partirono 1023 (c’erano anche 207 bambini), tornarono in 16, una donna e 15 uomini. Gli altri passati per il camino.

E’ una tragedia che oggi impone un ricordo doveroso che segnala la ferocia di certe operazioni ideologiche, colpevoli, allora come oggi, di oltraggio ad ogni senso di umana dignità. La moderna dimostrazione sta nelle aggressioni di Putin in Ucraina e di Hamas contro Israele. Fanno suonare un allarme rosso per eventi che rischiano di riaccendere sentimenti aberranti, simili a quelli che sconvolsero il mondo e sacrificarono la vita di 50 milioni di persone, militari e civili.

Era sabato quel 16 ottobre, il giorno dedicato dagli ebrei alla preghiera. Intere famiglie furono catturate con la forza e la violenza. Alcuni giorni prima, da Berlino, Herbert Kappler (il macellaio delle Fosse Ardeatine), comandante dell’esercito tedesco di occupazione a Roma, aveva ricevuto questo ordine perentorio: “Tutti gli ebrei dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. Il successo dell’impresa dovrà essere assicurato mediante azione di sorpresa”. Firmato Heinrich Himmler, ideatore e responsabile della soluzione finale della questione ebraica.

Nel Ghetto qualcosa, si era saputo del pericolo, ma prevaleva la fiducia nel patto di incolumità stretto con Kappler e pagato 50 chili d’oro, sacrificando collane, anelli e piccoli tesori di quella povera gente. Come aver fatto un patto col diavolo, che gli accordi non li ha mai rispettati. Pure in quella circostanza il demonio nazista volle dimostrare la sua disprezzo per la lealtà.

Iniziò alla buon’ora la retata, bloccando ogni uscita possibile, attorno al quartiere del Portico di Ottavia. Sul muro di una delle case, rese deserte quel giorno, c’è una lapide. Dice: “Settimio Calò uscì di casa dove abitava con la moglie Clelia Frascati e nove figli. Quando tornò la trovò vuota per sempre. I suoi cari erano stati rastrellati il 16 ottobre 1943 e poi deportati ad Auschwitz, insieme ad altri 1000 ebrei, in nome della politica razzista del nazifascismo. Nessuno dei familiari fece ritorno. Essi rappresentano tutte le famiglie distrutte dall’odio antisemita”.

La memoria di certi orrori va perpetuata in nome dei valori intangibili che sono alla base delle moderne democrazie, per rivendicare il diritto alla libertà ed alla pace. Valori minacciati da avversari della serena convivenza, capaci persino di scatenare il loro rancore sui bambini. Quelli che, da più di un anno, gli ex sovietici di Mosca stanno assassinando senza alcuna misericordia. Similmente agli altri decapitati dai terroristi di Hamas.

Occorre che i Paesi democratici e gli Organismi internazionali di tutela agiscano, in modo autorevole e rigoroso, per far tacere le armi e parlare la diplomazia e il negoziato. Mettendo all’angolo i signori della guerra. Anche tutte le fonti di informazione sono chiamate a fare la loro parte. Come testimonianza di rispetto alla sovranità dei popoli, alla solidarietà sociale, alla difesa dei principi morali ed umani.

Alcuni fatti del tempo passato, come le persecuzioni naziste, non sono soltanto storia, ma mantengono, in perpetuo, nelle coscienze dei giusti, il loro significato di attualità. L’episodio di Bruxelles sta a significare che il terrorismo, per molti, rappresenta ancora una fede e mantiene alto il segnale di pericolo.

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