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Home » Nel 1944, c’era la guerra (e la fame) e i treni andavano a vapore
Opinioni

Nel 1944, c’era la guerra (e la fame) e i treni andavano a vapore

admin06 Mins ReadMarzo 21, 2025
Alcune delle vittime del disastro di Balvano
 
 
 

A Balvano (PT), in galleria, il peggiore disastro ferroviario: Quasi 600 morti

di Adriano Marinensi

Fu un disastro mai verificatosi nella storia mondiale delle ferrovie. Accadde, in Italia, durante la notte tra il 2 e il 3 marzo 1944, cioè di questi giorni, 81 anni fa. La dimensione la indica il numero delle vittime: Ufficialmente 517, ma le indagini effettuate negli anni successivi fissano il “tetto” intorno a 600. L’Apocalisse! Però non la visione di Giovanni, invece un massacro realmente accaduto.

Ci troviamo sulla tratta Napoli – Potenza, in Basilicata e due vaporiere stanno trainando 47 carri merci. Il locomotore elettrico è stato sostituito a Salerno perché a Salerno finiva l’elettrificazione. E’ un treno merci, individuato con il solito numero. Questa volta è l’8017 e trasporta una massa stimata in oltre 500 tonnellate. Siamo ancora in tempo di guerra, gli Alleati, nella loro risalita della Penisola, sono passati da poco e stanno andando a liberare Roma (4 giugno ‘44).

Le ferrovie sono disastrate e il trasporto promiscuo viaggiatori – merci rappresenta la regola. L’8017 porta legname e una infinità di passeggeri. Due gli “operatori” a bordo per ogni vaporiera (una di traino ed una di spinta): Il macchinista responsabile della gestione del treno in viaggio, il fuochista del corretto funzionamento della caldaia. Nessuno strumento tecnico per parlare tra loro e molte manovre affidate all’esperienza.

Verso la mezzanotte del 2 marzo, il treno è a Balvano (PT) e riparte dopo un’ora per raggiungere Bella Muro, poco distante. Ci sono forti pendenze da superare e molte gallerie tra le quali quella denominata “delle Armi” lunga quasi due chilometri. Il convoglio, a causa di insufficienza di trazione, si ferma quando si trova a metà del tunnel. La Galleria delle Armi è un cunicolo senza ventilazione. Vi sono già transitati altri treni a vapore che hanno lasciato sostanze inquinanti.

In prevalenza monossido di carbonio, gas venefico. Il ripetuto tentativo di ripartenza della coppia di vaporiere ne diffonde ulteriore quantità. Il macchinista della vaporiera di traino (ha un nome singolare: si chiama Espedito Senatore) cerca di fare una manovra in retromarcia per uscire dal tunnel. L’altro della seconda “macchina” la interpreta come uno “scivolamento” pericoloso e cerca, al contrario, di dare potenza di spinta al treno. Lo stesso ritiene il frenatore che sta nell’ultima carrozza fuori della galleria, il quale usa al massimo il freno a mano. Ne consegue il blocco di ogni movimento e l’aumento esponenziale del gas asfissiante.

Siamo nel cuore della notte e gran parte dei passeggeri dorme, passando così dal sonno alla morte. Tutt’intorno soltanto il buio e lo spettrale silenzio. Alcuni cercano di salvarsi con la fuga lungo i binari e vanno ad aggiungersi alle vittime che hanno tentato prima di loro. Per tutti, la angusta galleria è diventata una trappola omicida.

Dalla stazione di Potenza fanno partire questo messaggio telegrafico: “Treno 8017 fermo in linea tra Balvano e Bella Muro per insufficiente forza trazione”. Balvano, è bene precisare, è un piccolo borgo di montagna, in Basilicata, sul confine con la Campania. Nel 1944, è ancora tempo di disagio e di fame. In tali sperdute contrade, la guerra è passata, la fame no. Sull’8017 c’è una umanità derelitta, scalcagnata, titolo di studio prevalente: Analfabeta. Vigono in agricoltura famiglie numerose, formate da almeno tre generazioni conviventi.

Terribile il calvario dei “riconoscimenti”. Non pochi i volti travisati dallo spasimo violento dell’ultimo respiro. I morti, tanti, troppi, allineati alla meglio sul marciapiede della stazione, sul ciglio della strada ferrata e ovunque altrove. I familiari alla ricerca dei congiunti. Con qualche disputa macabra: E’ mio marito! No, è il mio! Il diluvio dei sentimenti e del crepacuore, in quello scenario allucinante, imbacuccato di nero. Perché, siamo in una delle zone più arretrate d’Italia, sempre vestite a lutto per la scomparsa del benessere.

L’immagine sociale l’ha tracciata Carlo Levi, per conoscenza diretta, nel romanzo Cristo si è fermato a Eboli, terminato di scrivere proprio nel 1944. Il titolo avrebbe potuto essere Cristo si è fermato a Balvano oppure in qualunque altro centro abitato del territorio. Levi era finito vicino Eboli, ad Aliano (Gagliano nel libro), esiliato dal fascio che, anche in tal modo, puniva i disfattisti.

E Levi descrive la società autoctona come il mondo dei vinti. Una società divisa – annota – in due categorie: i galantuomini, proprietari terrieri, e i cafoni, servi della gleba. Ad Aliano ed altrove regnavano le tre emme: miseria, malaria e i seguaci di Mussolini. Da quelle parti viaggiava l’8017. Quei passeggeri andavano in città ad esercitare il baratto per procurarsi i beni di prima necessità: due fiaschi d’olio per un paio di scarpe seminuove, le suole “imbollettate” per evitare il consumo. Non sanno che nella smorfia napoletana l’80 è la bocca (quindi la fame) e il 17 la disgrazia.

Quando arrivano i soccorritori, trovano un gigantesco carnaio. I riconosciuti trasferiti nei minuscoli camposanti di provenienza; gli altri sepolti nelle 4 fosse comuni a Balvano. Alla notizia viene messo il silenziatore: Sul Corriere della Sera, titolo ad una colonna, si legge: 500 morti per soffocamento in una galleria. La breve nota iniziava così: “L’Agenzia Roiter comunica, da Napoli, che 500 persone sono morte in una galleria ferroviaria dell’Italia meridionale”. Figurarsi! L’Italia meridionale, quanto interessasse al nord. E poi, di disgrazie, di stragi, causate dalla guerra, dai nazisti invasori, dagli Alleati liberatori (?), ce n’erano d’ogni orrore. L’ecatombe di Balvano, dopo più di 80 anni è rimasta scolpita nel guinness dei primati. Merita doverosa rimembranza.

Pensiero errante (nella città di Terni)

Nel fare amministrazione, in un Ente locale, il prestigio politico fa binomio con l’autorevolezza (nemica dell’autoritarismo) ch’è data dalla professionalità, dallo stile civile e democratico, dalla capacità di non inseguire problemi marginali ad effetto. Se non si ha lo stile, l’esperienza, il prestigio, non si può fare il rappresentante del popolo. Anche se, il popolo – in un momento di smarrimento – ha fatto, con il voto, la propria (errata) scelta. In chi è investito di pubblici doveri, l’organizzazione del giusto pensiero è pregiudiziale. Altrimenti si incancrenisce la deriva del basso impero. La situazione amministrativa del Comune di Terni può fare da modello.

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