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Home » La megalomania nazista del fantomatico Vallo Atlantico
Opinioni

La megalomania nazista del fantomatico Vallo Atlantico

admin_editore05 Mins ReadFebbraio 28, 2025
Fortificazione del Vallo Atlantico in corso di costruzione (fonte Wikipedia)
 
 

Venne ideato dalla fantasia guerresca di Adolf Hitler

di AMAR

Adolf Hitler e la violenza, la crudeltà, la guerra furono figli dello stesso padre: il Mein Kampf (La mia battaglia), il libro pazzesco scritto dallo stesso Hitler quando era in prigione (condannato a 5 anni di reclusione, ridotti a uno) per il suo fallito colpo di Stato a Monaco di Baviera del 9 novembre 1923, contro la Repubblica di Weimar. Tutti nati (Hitler, il sopruso, il sadismo dell’aggressione) lo stesso giorno: quindi, Gemelli!

La brutalità scatenata durante il secondo conflitto mondiale e le gesta che lo precedettero, in Germania e nelle terre conquistate (ricordate i lebensborn, la “fabbrica” dei bambini di razza pura, il livello più aberrante dell’eugenetica hitleriana?)) ne hanno dato la palese dimostrazione. Con le stragi, le rappresaglie crudeli, i campi di sterminio, la caccia agli ebrei. Oltre alla spasmodica corsa agli armamenti, le farneticanti adunate, i discorsi deliranti (le cicalate).

Ed anche la costruzione di enormi strutture di difesa come il Vallo Atlantico. Una sorta di immensa Muraglia cinese fatta di cemento armato e cosparsa di fortificazioni armate anch’esse. Il Fuhrer pensò che il pericolo di assalto da parte delle forze nemiche, fosse sulle coste dell’Europa occidentale. Ci voleva una inespugnabile opera antisbarco: Il Vallo Atlantico, appunto. Detto fatto, emanò la Direttiva n. 40 del 23 marzo 1942 che ordinava la costruzione nel tempo massimo del 1° maggio 1943. Nel progetto, era prevista una imponente linea di 15.000 fortilizi, presidiati da 300.000 soldati, dalla Francia alla Norvegia, in grado di respingere ogni tentativo di sbarco ostile. Hitler mandò il Feldmaresciallo Ervin Rommel, la volpe del deserto, a coordinare i lavori.

Lui, il Feldmaresciallo, fece mettere in atto postazioni per l’artiglieria costiera, bunker, fossati anticarro, campi minati e allagamenti nell’immediato retroterra per ostacolare l’impiego delle truppe paracadutate. Si cominciò con la difesa attorno alle principali città portuali, utilizzando manodopera fornita dai prigionieri di guerra. Il primo terreno di difesa doveva essere la spiaggia con poderose cinture di ostacoli subacquei. Insomma, il Vallo Atlantico costituiva un invalicabile “muro di contenimento” delle invasioni portate dal mare.

Proprio dal mare, arrivò l’assalto che decise l’esito della guerra. Il 6 giugno 1944, di fronte alle coste della Normandia, si presentò la più potente forza da sbarco della storia navale. In poco tempo (ed al prezzo di enormi perdite), gli Alleati riconquistarono Parigi e la Francia. Era ormai da tempo iniziata la decadente parabola del nazismo e la nemesi contro alcuni dei suoi principali gerarchi che sarà decretata al Processo di Norimberga, aperto il 20 novembre 1945, dinnanzi al Tribunale Militale Internazionale (T M I).

Ad Oriente, l’Operazione Barbarossa, di conquista da parte delle orde naziste, della Russia sovietica, era fallita. L’Armata rossa aveva ripreso il sopravvento da Stalingrado sino a Berlino. La resa del Terzo Reich venne firmata all’inizio di maggio del 1945 e la barbarie annientata. Il coraggio degli inglesi, la tenace strategia di Winston Churchill, l’eroismo dei giovani d’oltre oceano, l’apporto della Resistenza avevano prevalso sull’arroganza di Adolf Hitler, dei suoi generali, sull’alto livello criminale delle S. S. (Schutz Staffel, schiere di protezione), sulla empietà della Gestapo, sul fanatismo del nazional socialismo che aveva orientato la pretesa conquista dei popoli euro

Pensiero mitologico

La storia, un po’ fantasiosa, dell’anno 753 a. C., con le parole dello storico Terenzio Varrone, ci racconta di un colle laziale (il Palatino), di due fratelli, figli di Rea Silvia e del dio Marte, nipotini di nonno Numitore, Re di Albalonga, messi in una canestra e affidati alla corrente del fiume (il Tevere) e salvati dalla lupa (i lupacchiotti) che divenne il simbolo di intere generazioni. Quei due fratelli, diventati adulti, s’erano incaponiti nel costruire sul colle una città. Sorse una disputa tra i due, uno tracciò con l’aratro un solco per perimetrare l’abitato, l’altro saltò quel solco e il fratello cattivo lo uccise (per futili motivi). Anni addietro, in Italia, si scriveva sui muri “è l’aratro che traccia il solco, è la spada che lo difende”. E si cantava: “Salve Dea Roma! Ti sfavilla in fronte il Sol che nasce alla nuova storia, fulgida in armi, all’ultimo orizzonte sta la vittoria”.

Sto parlando, si capisce, delle Tre Erre, Romolo, Remo e Roma. Il gemellicida, i suoi contemporanei lo considerarono addirittura “asceso al cielo”, ma è noto che gli ammazzamenti, gli avi nostri remoti non li consideravano delitti efferati: per esempio, si divertivano un mondo nel vedere i sanguinari duelli dei Gladiatori nel Colosseo. Invece, gli italiani moderni alla vittima del fratellicidio hanno dedicato una sontuosa manifestazione canora che, da molti anni, tra il prima, durante e dopo, rimbomba per alcune settimane: Il Festival di San Remo, dove – come a Papalla – si canta, si suona e si balla. Tutto a scopo di lucro. E, ad ogni edizione, è voluttuoso poter affermare, con sussiego: Io c’ero! Di volta in volta, sino a notte fonda.

Si tratta di festeggiamenti durante i quali “processioni” di teleutenti lasciano qualsiasi travaglio usato e si pongono dinnanzi al piccolo schermo (l’altare) in atteggiamento di adorazione. Perché, si usa dire: San Remo è San Remo e va omaggiato come fosse il Protettore del nostro Stivale. Oggetto di conversazioni impegnate nei bar e nei salotti letterari. Vae victis, pardon, guai agli ignoranti delle faccende sanremesi.

Un “giubileo” profano della canzonetta, diventato sacro e inviolabile. L’indice d’ascolto altissimo ha decretato il successo clamoroso del “culto di San Remo”. Mentre al gemello Romolo è rimasta scarsa notorietà. Addirittura, mentre San Remo è stato elevato alla gloria degli altari televisivi, Romolo, il cattivo, con il nomignolo di Romoletto, il teatro leggero lo ha relegato a personaggio delle commedie capitoline.

Sembra questa mia una narrazione astratta, invece è fattuale, come direbbe Maurizio Crozza nell’imitare il direttore Vittorio Feltri.

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