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Home » Il pensiero unico sovietico partoriva mostri e tormenti
Opinioni

Il pensiero unico sovietico partoriva mostri e tormenti

admin06 Mins ReadFebbraio 8, 2022
Praga, Piazza San Venceslao, monumento che ricorda il sacrificio di Jan Palach
 
 
 

Il “Benito dalle bande nere” che dette una dozzina di figli alla Patria

di Adriano Marinensi

Gennaio mette ai monti la parrucca: cominciava così un filastrocca di quando fui bambino. Perché gennaio è il mese più freddo dell’anno. Dal punto di vista meteorologico non ho nulla da dire. Invece ha attratto la mia attenzione un evento, accaduto di questo mese, che sta nella storia moderna: Il suicidio atroce, con il fuoco, di un giovane studente ungherese.

Tucidide è stato letterato e militare greco dell’antichità. E’ noto per il racconto della grande guerra tra Sparta e Atene ed anche per la sua trappola (di Tucidide, appunto) con la quale sostenne la teoria di un sistema dominante basato sulla intolleranza a qualsiasi tentativo di indipendenza da parte del popolo dominato. Al Cremlino, nel tempo dell’URSS, di Tucidide e della sua “trappola” non sapevano nulla, però quella teoria la applicarono alla lettera. Nel dopoguerra (2a mondiale), avevano costruito uno Stato di enormi dimensioni e potere, attorno al quale, come fosse un pianeta, ruotavano molti Paesi satelliti, tutti a sovranità assai limitata.

Al centro del’universo politico l’Unione sovietica, all’epoca impegnata nella guerra fredda, con gli Stati Uniti- le “baionette” permanentemente inastate dietro le quinte – confronto iniziato nel 1947, che finirà con la caduta del Muro di Berlino (novembre 1989) e la dissoluzione dell’URSS (dicembre 1991). In mezzo, per citarne alcuni, decine di fattori competitivi come il Patto Atlantico e la NATO (1949), il Patto di Varsavia (1955), la Crisi del Canale di Suez (1956), la Rivolta ungherese (ottobre – novembre 1956), la Crisi dei missili a Cuba (1962).

Il tentativo di rivolta contro il metodo sovietico in Cecoslovacchia prese il nome di Primavera di Praga. Durò il tempo di una stagione. L’uomo forte, nel Paese, di idee tutt’altro che massimaliste, era il Segretario del Partito comunista Alexander Dubcek. Mise in atto alcune riforme di tipo “mini democratico” (qualche libertà di pensiero al popolo ed alla stampa), incontrando largo consenso in Patria. A Mosca – Segretario generale del PCUS era Leonid Breznev – quella apertura sociale la considerarono un intollerabile atto di lesa maestà. Quasi come al tempo dello Zar.

Come nel 1956, in Ungheria, entrarono in campo – durante la notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 – i carri armati e i soldati del Patto di Varsavia per realizzare la solita normalizzazione. Un vero e proprio esercito di occupazione che rimase poi, per anni, a presidiare l’intero territorio nazionale. Oltre ad avvertire che altri atti di emancipazione avrebbero avuto medesimo trattamento. Gli storici hanno calcolato che circa 100.000 cittadini e famiglie intere fuggirono all’estero. Una grintosa protesta si oppose a quell’atto di imperio. In Cecoslovacchia, soprattutto, tra i giovani prese forma una opposizione che dette vita ad episodi di eroismo. Come quello compiuto dallo studente universitario Jan Palach, nel gennaio 1969, a Praga.

Dice Virgilio a Catone, presentandogli Dante nel 1° canto del Purgatorio: “Libertà va cercando ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta”. Il ventenne Palach, per rivendicare quella poca conquistata, sacrificò la sua vita. In Piazza Venceslao (il luogo è rimasto simbolico nella storia) si cosparse di benzina e si diede fuoco. Morì dopo alcuni giorni di agonia. Altri giovani seguirono l’ esempio, ma la censura non fece trapelare, al momento, alcuna notizia. Quei gesti ebbero un forte impatto sulla parte del mondo che la libertà aveva ormai tra i suoi diritti consolidati. E segnò forse il primo momento della scomparsa dell’orso sovietico e del comunismo reale.

Sin qui, il gennaio lontano. Il gennaio appena trascorso contempla un evento all’apparenza di poco conto. La signora Elena Curti di anni cento se n’è andata, come si suol dire, in silenzio, per morte naturale. Non doveva fare notizia e invece è apparsa sugli organi di informazione perché la centenaria apparteneva alla variegata famiglia di Benito Mussolini. Stava, a pieno diritto, tra i figli del duce, concepiti fuori dal matrimonio con Rachele Guidi, che ben cinque gli ne ha regalati: Edda, Vittorio, Bruno, Romano e Anna Maria. La madre di Elena si chiamava Angela Cucciati, moglie di un camerata che – per fede – di sicuro fu orgoglioso di condividere la moglie con il suo idolo futuro. Il connubio ebbe luogo nel 1921, quando Angela si rivolse, per un favore, al già magnetico Benito e rimase folgorata dal suo sguardo penetrante. E dalla penetrata nacque – un anno prima della Marcia per gli italiani fatale – la vegliarda, testé defunta.

Non fu la prima ad entrare nell’albo d’oro dei figli e figliastri attribuiti al conducator del fascio ed alla sua esuberanza riproduttiva. Innumerevoli le “occasioni” giaciute sul divano della Sala del Mappamondo, dove – stando in posizione supina – si poteva anche godere la vista degli affreschi di Andrea Mantegna. Tante morose di lui, ma una sola ufficiale e fedele sino al sacrificio della vita: Claretta Petacci. Era nato già un altro figlio del duce, nel 1915, da Ida Dalser. Lo chiamarono Albino Benito, in omaggio al padre. Non ebbe fortuna al pari della genitrice, costretta al manicomio. Sulla vicenda umana di Albino Benito, Marco Bellocchio ha girato il film Vincere. Secondo gli studiosi di storie piccantine, non era stato il primogenito. Un neonato precedente ebbe nome Candido Nigris. Ed un altro, Glauco di Salle, frutto della passione che travolse la segretaria de Il Popolo d’Italia per il direttore (Benito, appunto).

Sempre per credere agli anzidetti esegeti del sessismo mussoliniano, ancora una nascita è attribuibile allo stallone di Predappio, pare accoppiatosi con una pianista francese, divenuta madre della bambina di nome Vanna Borgo. Tra realtà e leggenda vanno registrate altre tre o quattro nascite, però di tipo sospetto o addirittura fasulle come quella di Bruno Vespa (nato a L’Aquila il 27 maggio 1944) che sarebbe stato “inventato”, in tutta fretta, a Campo Imperatore, con la cameriera dell’albergo dove Mussolini fu recluso e liberato i primi giorni di settembre 1943 dagli alianti di Otto Skorzeny. Una ciarla (i nove mesi però ci sono tutti) messa in giro dalla nipotina Alessandra che disse in TV, con simpatica ironia: Bruno è mio zio. Crederci sarebbe una grulleria.

Comunque sia, la copiosa lista, pur se infarcita di paternità apocrife, sta a testimoniare la capacità riproduttiva del maschio italiano per antonomasia, Benito dalle bande nere, impegnato nel fascistissimo esercizio di dare giovani virgulti alla Patria. Per piacere e per dovere.

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