I due borghi del ternano furono governati, per secoli, con sistemi feudali
di A M A R
Oggi, così come nel passato remoto, Ferentillo è uno degli splendidi paesi che adornano la Valle del Nera, incastonati in un paesaggio ammirevole di montagne, contrafforti e natura talvolta selvaggia. E’ situato alla confluenza tra il Fosso Salto del Cieco e il fiume, tra due rocche medievali e tra le località di Mattarella e Precetto. Ha il principale richiamo nella Grotta delle Mummie e in due Chiese medievali. In antico, fu un piccolo feudo facente parte dello Stato della Chiesa.
Come contea durò per due secoli e mezzo e la sua storia è, in molta parte, legata alla famiglia Cybo ed al Papa Innocenzo VIII, nato appunto Giovanni Battista Cybo, rimasto sul soglio di Pietro dal 1484 al 1492. La storiografia pontificia lo ricorda quale iniziatore della “caccia alle streghe” in Europa. C’è una data che ne segna l’avvio: il 5 dicembre 1484 e una bolla in tale data da lui emanata. Ha per titolo “Summis desiderantes affectibus” e vi si trovano enunciate le linee guida per gli Inquisitori, successivamente incorporate nel “Malleus maleficarum”, definito il libro maledetto, usato soprattutto da Tomas de Torquemada per mandare al rogo centinaia di presunti cultori dell’occulto. Innocenzo, al pari di altri Papi medievali, ebbe un figlio dal nome curioso: si chiamava Franceschetto. A lui, il Papa papà fece dono del Ducato di Ferentillo e del titolo di Capitano generale della Chiesa romana.


Dato che l’Abbazia di S. Pietro in Valle, alle falde del Monte Solenne, si trova nel territorio di Ferentillo, Franceschetto ne divenne Governatore, incarico importante per il lustro architettonico ed artistico dell’antico Monastero. La fondazione dell’Abbazia è attribuita a Faroaldo II°, Duca di Spoleto, nell’ VIII secolo d. C. La tradizione vuole che il nobiluomo l’abbia fatta costruire su indicazione dell’Apostolo Pietro, apparsogli in sogno. E lui, dismesso il titolo ducale, pare si sia ritirato nel Convento, dove è morto. Di S. Pietro in Valle si ricorda il saccheggio subito, insieme all’Abbazia di Farfa, ad opera dei Saraceni, nel IX secolo. Il richiamo turistico è dovuto alla sua imponente struttura architettonica ed agli affreschi, datati ultimo decennio del 1100.
Franceschetto, per rafforzare il suo blasone, sposò Maddalena de’ Medici e il successore Lorenzo Cybo prese in moglie la Marchesa di Massa e Carrara Riccarda Malaspina. Ella volle che il figlio suo ed erede del ducato si chiamasse Alberico I° Malaspina – Cybo, a quel punto diventato anche Marchese di Massa, Signore di Carrara, Conte di Ferentillo e Tutore dell’Abbazia di S. Pietro in Valle. Messi insieme, tutti questi quarti di nobiltà giovarono assai ai ferentillesi, che, per lungo tempo vissero felici e contenti.
Ora faccio un salto in lungo nel tempo, per ricordare che all’inizio del XX secolo gli abitanti dell’antico ducato ebbero un comodo mezzo di locomozione per raggiungere il capoluogo: la Tranvia Terni – Ferentillo. Inaugurata nel 1909, era adibita a trasporto passeggeri e merci, lungo il primo tratto della Valnerina. Nel maggio 1960, viaggiò sulla linea l’ultimo convoglio e le rotaie finirono nell’elenco delle ferrovie abbandonate e poi rimosse.

Sempre a due passi da Terni, però dalla parte opposta della conca, sopra un “ermo colle” – che guarda pur’esso il fiume Nera poco prima che finisca nel Tevere – sta il centro storico di Montoro. Nell’XI secolo vi sorse il feudo appartenuto, sin dal 1224, alla omonima famiglia. Sullo stemma araldico campeggiava una scritta forse un po’ pretenziosa. Diceva: “D’azzurro, al monte di sei cime d’oro, caricato di tre gigli d’oro, con la spezzatura di un lambello rosso, attraversante nel campo”. Fu l’ultimo Papa della “cattività avignonese”, Gregorio XI, ad investire del titolo di Conte tale Pietro di Vannello, nel 1312. Successivamente arrivarono i Naro e i Patrizi.
Il marchesato aveva un proprio Statuto a garanzia di indipendenza dalla vicina Narni e poteva imporre dazi di accesso e transito. Non mancarono gli assalti armati ad opera dei narnesi e degli avversari provenienti da Orte, oltre che da Amelia in combutta con alcuni avventurieri francesi. Una faticaccia per i Montoro difendere il castello ed il contado. Per risolvere il problema, quei “piccoli nobili di campagna” (li chiamavano così) ritennero utile giovarsi della protezione papale. Fu così che il successore di Gian Battista Montoro, denominatosi Costantino II°, pensò bene di trasferire la residenza a Roma.
Nel 1592, Papa Clemente VIII elevò Gian Battista II° al rango di Marchese. Poi, il cognome Montoro e basta si estinse nella genealogia del casato, per mancanza di eredi. Subentrarono, a seguito di matrimonio, i Chigi Montoro e, più avanti, i Patrizi con Porzia Maria, sposata a Francesco Naro. Pio VII la indusse alla rinuncia del governo di Montoro, però i titoli nobiliari (e la proprietà) rimasero a dar lustro alla famiglia. Con l’aggiunta dell’ultimo coniugio d’alto bordo tra Giovanni II°, ormai divenuto Patrizi Naro Montoro e Cunegonda di Sassonia. Possiamo dunque ben dire che Ferentillo e Montoro, oltre ad essere centri storici degni della migliore tradizione ambientale e paesaggistica umbra, vanno ricordati per i loro retaggi di egregia stirpe nobiliare ed anche per le testimonianze culturali che, ancora oggi, ad essi appartengono.
Pensiero irriverente
L’ozioso tirar tardi la notte, in prevalenza giovanile, è stato battezzato movida. Ma la movida spagnola degli anni ’70 dell’altro secolo fu un fenomeno molto più eletto: Un inno spontaneo alla ritrovata libertà. Era venuto meno il regime di Francisco Franco che aveva tiranneggiato il popolo iberico per 40 anni, dal 1936 al 1975. All’inizio anche scatenando una truce guerra civile durata tre lunghi anni. C’era quindi da festeggiare e ir de copas(andare per bicchieri, brindare).
Il generale Franco aveva dato l’assalto al potere con un colpo di stato militare e instaurato poi un regime di stampo fascista sul modello italiano. Compresa l’imitazione delle scritte ammonitrici sui muri: Està proibido el cante (il parlare insieme). Così come dal barbiere io lessi a lungo: “Qui non si parla di politica, né di alta strategia. Si lavora!”
Quando il despota morì e il suo regime si tolse di mezzo, ecco la movida, l’inno alla libertà dei giovani spagnoli e l’esaltazione del desiderio di parlare insieme, senza imposizioni. In Italia, ci siamo appropriati fraudolentemente del termine movida, talvolta facendola addirittura diventare malamovida. Arricchita (si fa per dire) di caciara, comportamenti incivili e droga quanto basta e avanza. Quella spagnola, al principio, fu nobile, la nostrana invece un po’ cialtrona.










