Tra le due figure mitologiche prevalse la storia e la fatalità
Prima di raccontare in riassunto alcuni episodi dell’Iliade di Omero e dell’Eneide di Virgilio che hanno appassionato pittori, letterati, studiosi, occorre presentare Didone la prima regina di Cartagine e fondatrice della città che, in futuro, nelle guerre puniche, animò un serrato confronto con Roma. Enea viene effigiato come l’eroe troiano fuggiasco in mare dalla sua città conquistata con l’inganno e distrutta dagli Achei (greci) di Achille e Agamennone. Con l’inganno del cavallo di legno inventato da Ulisse e costruito da Epeo.
Sta nell’Iliade di Omero la trama della leggendaria guerra di Troia, durata dieci anni d’assedio, di battaglie e di intrepidezza. Dove entrarono, come protagonisti, per citarne alcuni, Anchise, Ettore, Paride ed Elena, Menelao, Priamo, Diomede, i due Aiace, Patroclo. E tanti gli dei coinvolti nel conflitto. Si fosse trattato di un Governo, Omero lo avrebbe composto così: Giove (Zeus – padre dei numi e sovrano degli uomini – Presidente del Consiglio), Giunone (Era, First lady), Poseisdone (Marina), Demetra (Agricoltura), Afrodite (Amore e ambiente), Marte (Ares, Ministro della guerra), Atena (Cultura e Università), Apollo (Belle arti) e sua sorella Artemide (Caccia e pesca), Sottosegretari Dioniso ed Eros. Luogo di riunione l’Olimpo.
Erano due lustri che si combatteva attorno alle possenti mura di Troia e non s’era venuti a capo di nulla. Ecco allora entrare in scena, sulla spiaggia, di fronte all’ingresso della città, un gigantesco cavallo di legno con una pancia capace di contenere alcuni guerrieri. I troiani lo presero per un dono d’addio dei greci che finsero di smetterla con le armi e tornarsene donde erano venuti. Per completare l’imbroglio, qualcuno fece credere che se portato entro il recinto urbano, il cavallo avrebbe avuto il potere di rendere Troia sacra e inviolabile.
A votare contro ci provò Laocoonte. Dal pelago alla riva vennero due mostruosi serpenti e lo uccisero. Segno ammonitore degli dei. E allora, sotto a tirare con funi e tanta gagliardezza, perché quel “monumento” equestre pesava quanto l’ingombro d’un palazzo. Poi, grandi festeggiamenti per celebrare l’equino e la (falsa) fine dell’assedio. Senonché, nottetempo, uscirono da quel grande ventre uno stuolo di armati con il compito di aprire le porte ai commilitoni nel frattempo riemersi dai nascondigli. Così i greci poterono violare la roccaforte, incendiare, saccheggiare e distruggere. Fine del conflitto. E inizio dell’Eneide, la peregrinazione di Enea prima di approdare sulle spiagge del Lazio, sposare Lavinia, figlia del Re Latino e dare avvio alla storia di Roma.
Era una notte buia e tempestosa quella notte, il mare fortemente agitato da Giunone. Enea la barca e i suoi compagni di ventura sballottati tra le orde. “Terra, terra” fu il grido che s’udì all’alba. La terra era il regno della regina Didone. Costei, alla vista dei naufraghi, fece loro offerta d’accoglienza come è dovere d’ogni regola marinara. Anche perché, quel capitano coraggioso, vale a dire Enea, le parve un bel pezzo di marcantonio. Se lo portò negli alloggi privati della sua sontuosa dimora, esistente già mentre si stava costruendo la città di Cartagine, laddove – dicono – oggi si trova Tunisi. Didone – non va sottaciuto – era anch’essa piacente e pure vedova da un bel pezzo. Quindi ben disposta a maritarsi di nuovo. Fece un rapido ragionamento e addivenne nella decisione di andare a dormire col naufrago. E fu travolta dall’amore voglioso. Una passione che Virgilio descrive in questo modo: “La regina d’amoroso strale, già punta il core e ne le vene accesa d’occulto foco, intanto arde e si sface”. Con la complicità, ovviamente, di Eros Cupido e delle miracolose frecce. Il turbine arcano prese la regina in una ragnatela e lei mise in campo le sue eccelse arti dell’amplesso
Anche a tal punto c’è un senonché. Stando alla versione di Virgilio, gli dei, per Enea, avevano disposto una “missione” diversa e di maggiore spessore storico. Come cennato poc’anzi, il troiano era atteso sulle sponde del Tevere per dare avvio a quel film colossal avente per titolo “Roma e la sua vicenda centenaria” che avrebbe dovuto riempire di epicità e morti in guerra l’avvenire del mondo allora conosciuto.
E Didone? La partenza di Enea la prese malamente. Una offesa personale e un colpo al cuore. Prima fece di tutto per trattenere il drudo; poi, vista la nave in mezzo al mare, fu presa dalla disperazione nera. E imprecando (solitamente il grande amore diventa odio smisurato) contro il suo lui, alla fine si uccise. Ancora Virgilio: “A l’aura apparecchiata, sul rogo si salse e la dardanea spada (…) sopra vi s’inchinò col ferro al petto”. L’avversione della regina durò anche dopo la morte. Infatti, quando Dante fece di nuovo incontrate la coppia nella Divina commedia, ella volse le spalle all’ingrato. Non aveva compreso il fato di Enea e l’impossibilità di amarla.
Pensiero foraneo
A Terni è sempre più urgente e indispensabile ricostruire una democrazia aperta, dinamica, d’avanguardia. Nelle Istituzioni e nella società. Una democrazia che sappia creare, con l’apporto di molti, condizioni di vita rispettose dei valori dell’uomo, del cittadino. Appare evidente che tali condizioni siano rese difficili da un metodo di guida “sovranista”, chiuso e invalicabile al pari delle mura di Troia. Manca una leadership amministrativa che sappia tradurre le idee (spesso inesistenti o inefficaci) in progetti operativi. Manca la strategia di lungo termine e la quotidianità è diventata prevalente. Insieme alla teatralità di taluni atteggiamenti egocentrici.
Hanno perso efficacia gli strumenti culturali del rinnovamento, necessari per rendere tutti titolari di una vita dignitosa nell’uguaglianza e nella giustizia sociale. Non abbiamo alcuna necessità di uomini sempre in prima fila che usano imporre il protagonismo senza forma e, talvolta la prevaricazione. Manca – come dicono gli americani – the right man at the right place. C’è invece chi la pensa alla Alberto Sordi, “io sono io e voi non siete un …tubo”.
Hanno preso in mano le redini, personaggi che sono il derivato di evidenti errori elettorali. Di conseguenza la condizione generale è regredita oppure, al meglio, rimasta immota. Con poca voce e meno ascolto. L’agorà è “contumace” e si percepisce una assuefazione alla ordinarietà. Uscire da tale ridotto “stato dell’arte” è un dovere. Piuttosto, un obbligo.



