Presenze in forte aumento, ma il tributo resta applicato solo in parte del territorio regionale
La crescita del turismo in Umbria corre più veloce della capacità dei territori di trasformarla in risorse economiche. È il quadro che emerge dallo studio “L’imposta di soggiorno in Umbria: diffusione, gettito e potenziale inespresso”, realizzato da AUR – Agenzia Umbria Ricerche e firmato da Mauro Casavecchia, che analizza l’andamento dell’imposta di soggiorno alla luce della ripresa dei flussi turistici regionali.
Tra il 2019 e il 2024 le presenze turistiche in Umbria sono aumentate del 14,6%, un dato nettamente superiore alla media nazionale (+6,7%) e sufficiente a collocare la regione tra le cinque più dinamiche in Italia. Una performance rilevante, soprattutto considerando la struttura del turismo umbro, basata su destinazioni di dimensioni medio-piccole e caratterizzata da una marcata stagionalità.
In questo contesto l’imposta di soggiorno rappresenta uno strumento chiave per la finanza locale, pensato per far contribuire i visitatori al finanziamento di servizi pubblici, manutenzione urbana e politiche di accoglienza. A livello nazionale il tributo è ancora applicato in modo disomogeneo, ma il gettito complessivo è in costante aumento e dovrebbe superare 1,3 miliardi di euro nel 2026, secondo le stime dell’Osservatorio Jfc. Una crescita accompagnata, tuttavia, da un acceso dibattito sulla decisione dello Stato di trattenere una quota del gettito aggiuntivo legato al Giubileo.
In Umbria l’imposta di soggiorno è oggi in vigore in 39 comuni, con un gettito complessivo di 7,66 milioni di euro nel 2025. L’estensione del tributo a sei nuovi comuni nell’ultimo anno ha contribuito a un aumento del gettito regionale superiore al 20%, mentre per il 2026 sono già previsti ulteriori ampliamenti e incrementi tariffari nei principali centri turistici.

Le entrate restano però fortemente concentrate: Assisi e Perugia raccolgono insieme quasi la metà del gettito regionale, riflettendo il loro peso in termini di presenze. Seguono Orvieto, Gubbio e Spoleto, con valori più contenuti ma in rapida crescita. Se si considera il gettito pro capite, emergono invece realtà più piccole, dove la presenza di strutture ricettive di fascia alta incide in modo significativo sulle entrate comunali.
Il punto critico, sottolinea AUR, è la mancata applicazione dell’imposta in una parte consistente del territorio regionale. Nonostante l’Umbria non abbia comuni classificati come “non turistici” dall’Istat, l’imposta è applicata solo da una quota limitata dei comuni ad alta e altissima densità turistica. Nel 2024 oltre 1,4 milioni di pernottamenti non sono stati tassati, con una perdita stimata di circa 1,7 milioni di euro.
Secondo lo studio, una piena estensione dell’imposta di soggiorno avrebbe consentito un incremento del gettito regionale superiore al 26%, riducendo al contempo le disuguaglianze tra territori. L’attuale sotto-utilizzo del tributo genera infatti un sistema asimmetrico, in cui alcuni comuni riescono a intercettare i benefici economici del turismo mentre altri, pur accogliendo flussi rilevanti, rinunciano a una leva fiscale strategica.
In una fase di espansione strutturale del turismo, conclude l’analisi, la sfida per l’Umbria non è solo attrarre visitatori, ma costruire strumenti fiscali e amministrativi in grado di trasformare la crescita delle presenze in sviluppo locale diffuso.





