L’occupazione resta elevata, ma il settore continua a mostrare limiti strutturali sul fronte della qualità del lavoro e dei salari
Il commercio continua a svolgere un ruolo di primo piano nel mercato del lavoro umbro, ma con caratteristiche che ne limitano la capacità di produrre reddito e occupazione qualificata. È quanto emerge dallo studio “La struttura occupazionale e retributiva del commercio in Umbria: un confronto con l’Italia”, realizzato da Elisabetta Tondini e Mauro Casavecchia per Agenzia Umbria Ricerche, che mette a confronto dati regionali e nazionali sul lavoro dipendente nel settore.
L’analisi restituisce l’immagine di un comparto numericamente rilevante, ma segnato da una composizione professionale sbilanciata e da retribuzioni mediamente inferiori alla media italiana.
Un settore ad alta intensità occupazionale
In Umbria il commercio concentra oltre 37.700 lavoratori dipendenti, pari a circa il 16% dell’occupazione privata non agricola. Si tratta di una quota più elevata rispetto alla media nazionale, che conferma il peso del settore nell’economia regionale.

Questo dato, tuttavia, non si traduce automaticamente in maggiore qualità del lavoro. Al contrario, la struttura occupazionale evidenzia una forte concentrazione di figure a bassa qualificazione, con effetti diretti sui livelli salariali e sulle prospettive di crescita professionale.
Poche figure qualificate, molte mansioni esecutive
Uno degli elementi più critici riguarda la composizione delle qualifiche. In Umbria, operai e apprendisti rappresentano circa il 60% degli addetti del commercio, una percentuale nettamente superiore a quella osservata a livello nazionale. Al contrario, risultano meno diffuse le figure impiegatizie e, soprattutto, i ruoli di quadro e dirigenza.
Il dato riflette un tessuto imprenditoriale prevalentemente formato da piccole imprese, con una limitata articolazione organizzativa e una ridotta domanda di competenze elevate. Una struttura che incide sulla produttività del lavoro e sulla capacità del settore di generare valore aggiunto.
Retribuzioni sotto la media nazionale
Il confronto con l’Italia mostra un divario retributivo strutturale. Nel commercio umbro la retribuzione giornaliera media si ferma a poco più di 80 euro, contro oltre 90 euro a livello nazionale. Anche la retribuzione annua media risulta più bassa, con uno scarto che supera i 1.700 euro.

Il divario non è omogeneo. Per le qualifiche più basse, in particolare operai e apprendisti, le retribuzioni risultano in alcuni casi allineate o leggermente superiori a quelle nazionali, grazie a un numero maggiore di giornate lavorate. Al contrario, per impiegati e figure apicali il gap si amplia sensibilmente, arrivando a superare il 40% nelle posizioni di vertice.
Il problema non è solo la precarietà
Un elemento rilevante messo in evidenza dallo studio riguarda i lavoratori con contratti a tempo pieno e indeterminato. Anche limitando l’analisi a questa platea, il commercio umbro continua a registrare retribuzioni inferiori rispetto alla media italiana, con differenziali che possono arrivare fino al 15%.
Si tratta di un segnale chiaro: il divario non è spiegabile soltanto con la diffusione del part-time o con forme contrattuali meno stabili, ma è legato a fattori strutturali, come la bassa produttività e la limitata presenza di funzioni ad alto valore aggiunto.
Una questione di qualità dello sviluppo
La fotografia restituita dalla ricerca evidenzia un settore che garantisce occupazione, ma fatica a offrire lavoro qualificato e ben retribuito. Il commercio umbro appare quindi centrale sul piano quantitativo, ma debole su quello qualitativo.
La sfida, per il sistema economico regionale, riguarda la capacità di ripensare il modello di sviluppo del settore, investendo in organizzazione, competenze e innovazione. Solo così il commercio potrà ridurre il divario retributivo con il resto del Paese e rafforzare il proprio contributo alla crescita dell’Umbria.




