Brunello Cucinelli domina il settore regionale, mentre alcuni brand evidenziano cali di fatturato. ESG89 sottolinea l’importanza di tutelare la filiera locale
Le principali aziende umbre della moda continuano a crescere, ma il 2026 si prospetta un anno di forte instabilità. Secondo l’Annuario Economico ESG89, le top 20 realtà del settore sfiorano complessivamente 1,7 miliardi di euro di fatturato, con un EBITDA aggregato vicino ai 400 milioni e una redditività media dell’8%.
A guidare la classifica regionale è Brunello Cucinelli S.p.A., con un fatturato consolidato di 1,28 miliardi nel 2024 e un utile netto di 128 milioni, confermando una crescita costante negli ultimi anni. Dietro Cucinelli, spiccano Luisa Spagnoli S.p.A. e Fabiana Filippi S.p.A., quest’ultima in calo rispetto all’anno precedente. Tra le realtà emergenti si segnala Umbria Verde Mattioli S.r.l., con una redditività superiore al 17%.

Il settore però deve fare i conti con segnali di difficoltà: “Alcuni brand regionali hanno mostrato criticità post-Covid, amplificate dal conflitto russo-ucraino e dall’instabilità del commercio internazionale”, spiega Giovanni Giorgetti, Presidente di ESG89 Group. Un ulteriore rischio arriva dalla concorrenza internazionale: il made in Italy è sotto pressione dai colossi cinesi dell’ultra fast fashion, che operano con costi e standard ambientali più bassi.
Guardando al 2026, le previsioni restano caute. La domanda nel segmento premium/luxury potrebbe sostenere il comparto, ma alcune aziende umbre stanno registrando cali di fatturato e redditività che potrebbero avere un effetto a cascata su tutta la filiera. In particolare, l’export appare vulnerabile, con difficoltà crescenti sui mercati asiatici e una forte esposizione agli Stati Uniti.
“L’Umbria ha una grande tradizione nel saper fare moda, fatta di grandi gruppi e numerosi artigiani – conclude Giorgetti –. Questa filiera va monitorata e tutelata dalle Istituzioni per preservare posti di lavoro e competitività”.




