In dieci anni –15% di aziende, ma il settore produce ancora il 44% della ricchezza regionale delle società di capitale
La manifattura umbra perde imprese, ma non centralità. Al III trimestre 2025 le aziende manifatturiere rappresentano appena l’8,8% del totale regionale, eppure continuano a generare il 44% della ricchezza prodotta dalle società di capitale dell’Umbria. Un arretramento reale, dunque, ma privo di rotture strutturali: il settore si ridimensiona nei numeri, si rafforza nella sostanza.
È quanto emerge dai report della Camera di Commercio dell’Umbria, che attraverso l’analisi continuativa dei bilanci aziendali fotografa un sistema produttivo in trasformazione, coerente con le dinamiche nazionali e territoriali.
Meno imprese, non meno industria
Negli ultimi dieci anni il numero delle imprese manifatturiere umbre è diminuito del 15%, passando da 8.108 a 6.890 unità. Una flessione superiore alla media nazionale (–11,2%) e a quella toscana (–11,3%), ma più contenuta rispetto alle Marche (–18,1%).
Il dato, tuttavia, non racconta tutta la storia.
Gli addetti complessivi calano solo del 3,8%, meno del dato nazionale (–5,8%), segnalando una crescita della dimensione media delle imprese: da 8,6 a 9,8 addetti per azienda (+12,2%), contro il +6,1% della media italiana. La manifattura umbra resta leggermente sotto il valore nazionale (10,3 addetti), ma la direzione è chiara: meno micro-imprese, più strutture organizzate.
Una traiettoria condivisa
La perdita di peso dell’industria non è un’anomalia umbra. È l’effetto di una trasformazione strutturale dell’economia italiana, sempre più orientata ai servizi. In questo contesto, l’Umbria si colloca in una posizione intermedia: più terziarizzata delle Marche, meno della Toscana. Un equilibrio che parla di adattamento, non di declino.
Anche sul fronte del valore aggiunto, l’Umbria segue una traiettoria comune al Centro Italia. Negli ultimi anni il peso della manifattura è sceso del 3,9%, più della media nazionale (–1,3%), ma in linea con Marche (–3,8%) e nettamente meno della Toscana (–8%). È il Centro nel suo complesso a mostrare una deindustrializzazione più marcata rispetto al resto del Paese.
Il cuore resta il valore aggiunto
Il dato decisivo resta la ricchezza prodotta. Nonostante rappresenti solo l’8,8% delle imprese, la manifattura umbra genera il 44% del valore aggiunto complessivo regionale delle società di capitale (Spa, Srl, cooperative, Sapa). Un risultato nettamente superiore alla media nazionale, ferma al 35,5%, e in linea con le principali regioni manifatturiere del Centro: Toscana (45,5%) e Marche (49,3%).
Non si tratta di un fenomeno recente. Già nel 2019, ultimo anno pre-Covid, il peso del valore aggiunto manifatturiero era del 45,8% in Umbria, contro il 38,4% della media italiana. Le proporzioni cambiano, la struttura resta.
Più lavoro stabile, imprese più solide
Il segnale strutturale più netto arriva dall’occupazione stabile. Nel decennio considerato, a fronte di un calo del 15% delle imprese, i dipendenti non familiari crescono del 30,5%, superando anche la media nazionale (+26,3%).
È la fotografia di una manifattura che abbandona progressivamente la dimensione familiare e si organizza su basi più solide e professionali.
Salari più alti e maggiore produttività
Anche la qualità del lavoro conferma la centralità del settore. Nelle società di capitale manifatturiere umbre il costo medio annuo per addetto è di 30.440 euro, contro i 23.396 euro degli altri comparti regionali.
Il divario è netto: +7.044 euro annui, pari a un +30,1%, a testimonianza di maggiore produttività, maggiore valore aggiunto e migliori condizioni occupazionali.

Mencaroni: “Non un settore in crisi, ma un’economia che cambia assetto”
«I dati mostrano un’economia che sta cambiando assetto, non un settore che perde la propria funzione», sottolinea Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria. «La manifattura umbra arretra nei numeri, ma continua a svolgere un ruolo rilevante nella creazione di valore e nella qualità dell’occupazione, all’interno di un sistema economico sempre più integrato».
«Industria, servizi, turismo e commercio – aggiunge – non sono compartimenti separati, ma parti di uno stesso ecosistema che evolve. Accompagnare queste trasformazioni significa puntare su dimensione d’impresa, competenze, capacità di fare rete e sulla piena partecipazione alla transizione digitale ed ecologica. Restarne fuori vorrebbe dire perdere spazio, fino a rischiare l’estinzione».
Arretra, ma non è in rotta
La manifattura umbra perde peso quantitativo, ma non perde funzione. Si concentra, si ristruttura, cresce in dimensione media e continua a produrre quasi metà della ricchezza regionale con meno di un decimo delle imprese.
I numeri parlano chiaro: non è una fine, ma una trasformazione. E resta uno dei pilastri dell’economia dell’Umbria.





