Carlo Colaicovo e il nipote Ubaldo mettono in campo un “buy-back” familiare difensivo, con una operazione da 450milioni:così ottengono la maggioranza del gruppo Colacem
Le indiscrezioni che circolano negli ambienti finanziari italiani ed esteri delineano uno scenario che, se effettivo, sarebbe una grande mossa strategica coerente da parte del grande imprenditore Carlo Colaiacovo, con l’obiettivo di consolidare il controllo familiare e preservare l’identità industriale del gruppo Colacem. Sarebbe questo il modo strategico per evitare l’ingresso di capitali esterni, anche di alto profilo: un caso classico di buy-back familiare difensivo ad alto valore, sostenuto da finanza strutturata ma orientato alla conservazione e consolidamento del controllo industriale.
In questi casi la cautela è d’obbligo e, dunque, per avere conferme e ulteriori particolari occorrerà aspettare i comunicati ufficiali dell’azienda. L’offerta da 450 milioni di euro avanzata da Gianluca Vacchi per rilevare il 25% di Financo — la holding che controlla il gruppo — aveva rappresentato uno snodo cruciale, con una valutazione complessiva vicina a 1,6 miliardi di euro . L’operazione si inseriva in una partita di alta finanza che coinvolgeva anche altri soggetti imprenditoriali e finanziari, con l’obiettivo di entrare nel cuore di uno dei principali gruppi cementieri italiani.

Ma proprio in questo contesto, caratterizzato da pressioni esterne e interessi rilevanti, emergerebbe con forza la scelta strategica di Carlo e Ubaldo Colaiacovo: esercitare il diritto di prelazione e mantenere il controllo all’interno della famiglia. Una mossa che, se confermata, non è soltanto difensiva ma profondamente industriale.
Il punto centrale è infatti la natura stessa dell’operazione. L’ingresso di un socio esterno — sostenuto da strutture finanziarie articolate e da precedenti interventi di supporto economico, anche attraverso veicoli come Eques insieme a Cucinelli — avrebbe inevitabilmente introdotto logiche di valorizzazione finanziaria e possibili aperture a scenari come la quotazione in Borsa o ulteriori dismissioni.

In questo quadro, il ruolo di grandi istituzioni finanziarie internazionali, come la banca d’investimento francese Natixis — uno dei principali attori europei nell’asset management e nell’investment banking — rappresenta il contesto naturale entro cui operazioni di questa portata si sviluppano. La presenza, diretta o indiretta, di tali player nelle grandi partite industriali evidenzia come Colacem sia ormai un asset osservato anche dai circuiti della finanza globale.
Ed è proprio qui che la scelta dei Colaiacovo assume un significato ancora più forte: mantenere il baricentro decisionale a Gubbio, dentro una governance familiare che ha costruito nel tempo un gruppo solido, profittevole e radicato nel territorio. Non va dimenticato, infatti, che Colacem è il terzo produttore di cemento in Italia e una realtà industriale con presenza internazionale e numeri rilevanti .
Le indiscrezioni più recenti indicano che Carlo e Ubaldo avrebbero reperito in tempi rapidi le risorse necessarie (45omilioni)per pareggiare l’offerta di mercato e rilevare la quota, portando la loro partecipazione complessiva al 75% . Un segnale chiaro di forza finanziaria, ma anche di coerenza strategica.
In definitiva, al di là delle cifre — pur imponenti — la vicenda sembra raccontare qualcosa di più profondo:la capacità di una grande impresa familiare italiana di resistere alle dinamiche della finanza globale quando queste rischiano di snaturarne la visione.
Carlo Colaiacovo, affiancato da Ubaldo, confermerebbe così una leadership fondata su continuità, indipendenza e responsabilità industriale. Una scelta che, in un’epoca dominata da operazioni speculative e passaggi di proprietà rapidi, appare come un segnale di stabilità e di fiducia nel lungo periodo.
Resta ora da attendere l’ufficialità. Ma se i rumors troveranno conferma, la partita di Colacem potrà essere letta non solo come la conclusione di una lunga vicenda familiare, bensì come un caso emblematico di equilibrio tra finanza e industria, con la seconda che — almeno per ora — continua a dettare la linea.



















