Anticipato in Aula Magna dal saluto augurale del rettore Valerio de Cesaris

Alla Stranieri un giovedì pomeriggio inondato di musica, con almeno duecento cantori che partecipavano a uno degli appuntamenti del quarto festival corale internazionale “Voices for peace”, una manifestazione che ogni anno l’ente promotore, Interkultur, organizza in ogni angolo del mondo. E dopo Seoul, Perugia, con una puntata, prevedibile nell’ateneo di Palazzo Gallenga, da sempre la finestra della città sul mondo. Far cantare insieme centinaia di giovani è la formula vincente per un confronto possibile e tangibile nel segno della musica. Il filosofo Herder, sul finire del Settecento, l’età dei Lumi, postulava un mondo, una umanità che fosse affratellata come “una sinfonia di voci” designandola con la formula “voci di popoli in canto” (Völker in Liedern). Utopia che, come sappiamo, si è musicalmente realizzata con le parole di Schiller e la musica del Beethoven dell’Inno alla Gioia. Nel suo discorso in occasione della nomina di nuovi ventuno vescovi di tutto il mondo Papa Francesco ha opportunamente parlato di “sinfonicità della Chiesa”.

La musica non si separa dalla sua declinazione sonora: canto, coralità e comunicazione.
C’è da dire che nel corso del concerto di giovedì abbiamo visto più di un ascoltatore decisamente commosso, una sensazione condivisa dai tanti che gremivano l’aula magna per seguire l’alternarsi di quattro formazioni corali impegnate nella presentazione di canti di ispirazione popolare. Quattro culture diverse, quattro lingue, altrettante sensibilità in espansione, col medesimo risultato, la diffusione di uno stato d’animo solidale e concorde nella condivisione di un entusiasmo solo come la musica corale sa destare. Norvegia, Polonia, Estonia e Venezuela le provenienze dei cori, con musiche di immediata e coinvolgente efficacia.

Dopo il saluto augurale del rettore Valerio de Cesaris, con collaudata efficacia, gli organizzatori, corroborati dalla presenza del presidente AGiMus Salvatore Silivestro, hanno fatto fluire sulla pedana le formazioni, affidando l’esordio ai norvegesi di Mäløy Songlag che cantavano brani tradizionali di Richter, Askud e Rankin. Impossibile non cogliere nelle melodie marcatamente ritmiche quel senso di gioiosità della natura che Grieg ci ha trasmesso nella sua musica e che Knut Hamsun ci ha descritto nei suoi romanzi, in particolare Pan. Dirigeva la maestra Sølvy Myklebust.

Tutta femminile la formazione polacca dei “Canzona”, lunghi abiti turchesi da Murowana Goslina, sotto il gesto di Elzbieta Wtorkowska. Anche per loro i ritmi gioiosi di un metodizzare acceso e incisivo con quel tanto di “Eroicità” che appartiene storicamente alla cultura del paese delle grandi pianure. Dai boschi impenetrabili e dall’azzurro del mar Baltico proveniva il brillantissimo coro della “Secondary Science School girls” di Tallin. Ragazzine piene di vita, con la presenza di canterine anche undicenni, che hanno dato vita a un ascolto indiavolato, percorso da ritmi, evocazione di suoni naturali, ululati di lupi e movimenti di danza. Il tutto sotto il gesto impeccabile e composto della loro maestra, Heli Roos, le bimbe in bianco e azzurro, lei in lungo nero. Sussiegosi e militarmente composti in uniformi grigie i venezuelani dell’”Orfeon Universitario de la Universidad Central de Venezuala” di Caracas, uno stuolo di cantori che rispondevano alla direzione di Raoul Lopez. Canti di Castellanos, Solem Guerra e Prieto, quest’ultimo con il maestro che imbracciava la chitarra. Due voci soliste che si staccavano al gruppo per raccontare del sonno del “negrito”, del “Mar anoichecido” e di un fantastico “viaje”, proprio quello compiuto dagli ospiti latino americani per raggiungere la nostra città. Tre giorni di cori, si diceva, una marea di voci, tra auditorium di palazzo Murena, sala dei Notari, Stranieri e Assisi. Con la piazze della città risonanti di concerti improvvisati, come una Umbria Jazz del canto corale, e una indubitabile ricaduta economica sugli esercizi commerciali e ricettivi. Una manifestazione che lascerà un segno e un ricordo.
Stefano Ragni




















