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Home » Concerto in prospettiva multimediale: all’Università per Stranieri ne ha parlato Rolando Marini
Cultura

Concerto in prospettiva multimediale: all’Università per Stranieri ne ha parlato Rolando Marini

adminUpdated:Novembre 17, 202307 Mins Read
 
 
 

Interessante lectio magistralis del docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, nonché prorettore dell’ateneo internazionale

Nel contesto dei pomeriggi musicali della Parola Musicale programmati nell’aula magna dell’Università per Stranieri, martedì scorso si è inserita la voce autorevole di Rolando Marini, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, nonché prorettore dell’ateneo internazionale. Argomento della complessa e brillante “lectio magistralis” è stata la delineazione dei profili di un “Concerto in prospettiva multimediale”, una proposta di come la modernità possa accedere a una delle forme più preziose dell’attuale ascolto musicale. L’occasione era partita da lontano quando, nell’aprile scorso, il professor Marini era tra il pubblico che seguiva il tradizionale concerto di Pasqua che il festival Omaggio all’Umbria realizza nel Duomo di Orvieto.

Da quasi venti anni l’’immensa aula del Maitani è il luogo in qui la Televisione italiana realizza e registra un evento che, nella sera del venerdì Santo, viene offerto al mondo intero. Sul podio dirigeva l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino sedeva Zubin Metha, il maestro che, per personale scelta d Laura Musella, la fondatrice, è anche il “testimone” di Omaggio all’Umbria. Ultimo dei grandi direttori d’orchestra dei nostri tempi, leggenda vivente di un rapporto con la musica che è emozione che si fa storia, Metha dirigeva un brano di grande complessità, la Quarta Sinfonia di Bruckner. Quando ci sono le telecamere e il concerto è destinato alla registrazione, il pubblico, come si sa, diventa un semplice sfondo per le riprese che riproducono le condizioni di una compresenza all’ascolto che in realtà, per la Rai è un puro accessorio. In quel pomeriggio di aprile, comunque, non c’era un posto libero, data l’eccezionalità della presenza di Metha che coi suoi ottantasei anni, è un maestro ancora nelle condizioni di imporre una statura interpretativa carismatica. Eppure il professor Marini, affascinato come tanti da quanto di musicale avveniva, era avvolto, come noi tutti, dal freddo intenso che rendeva gelida la marmorea struttura gotica. Per giunta, come si sa, la Cattedrale orvietana, proprio per la sua monumentalità. È afflitta da una acustica che renda incomprensibile qualunque avvenimento musicale venga riprodotto, dall’organo al canto, al coro e all’orchestra. Una ampia eco e una rifrazione di svariati secondi agglutina e impasta i suoni e gli accordi e li diffonde in maniera incoerente tra le colonne: chi si vede il concerto nella propria televisione il Venerdì Santo è assistito da una preziosa rete di microfoni e di telecamere e si gode il concerto in “purezza”, come ben sapeva il nostro compianto Carlo Tagliabue, docente di Storia del cinema della Stranieri che per anni è stato il regista televisivo del Concerto di Pasqua.

 
 

Ora, alla fine del concerto di Metha, si discuteva col professore Marini dell’inevitabile disagio di stare seduti al freddo un paio d’ore per capire poco e niente di quanto veniva suonato. Ed ecco scaturire l’idea di una riflessione su un possibile ascolto “perfettibile” in un’epoca in cui, con un clic, ti porti a casa la musica da tutto il mondo stando comodamente seduto sul tuo divano. Dopo mesi di riflessione e di preparazione è scaturita questa lezione di martedì scorso con cui il docente dei Palazzo Gallenga ha voluto risolvere gli interrogativi che si era posto dopo il concerto orvietano. E lo ha fatto non solo con un titolo esplicito di “concerto multimediale”, ma anche con una specifiazione programmatica, il ricorso a un testo capitale di ermeneutica musicale come “L’opera d’arte dell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, che Walter Benjamin scrisse nel 1936, ai margini dell’Olocausto che lo avrebbe visto soccombere, suicida, alla barbarie nazista. Produzione quanto mai sofferta quella di Benjamin che ha visto la sua sistemazione definitiva solo nel 1955 in una versione che probabilmente l’autore non avrebbe accettato, dato che sistematizzava versioni frammentarie e discordi. In Italia lo leggemmo solo nel 1966 per le attenzioni di Einaudi, nella mitica veste della collana rossa e bianca. Operando in un’età in cui il disco era ancora l’unico mezzo di diffusione tecnica della musica classica e la solo BBC di Londra produceva sistematicamente piani di ascolto educativo, le pagine di Benjamin si interrogavano su quesiti come questi: se il mezzo di riproduzione tecnico, radio o disco che sia, produca una perdita dell’aura, cioè del potere quasi mistico di elevazione spirituale che avviene durante un concerto dal vivo, con la conseguente perdita del senso dell’autoritorialità e del rapporto con il luogo di collocazione della produzione dell’evento sonoro.

Assistere a un concerto allora voleva dire ritagliarsi una personale porzione della propria storia, concedendosi le possibilità non solo della fruizione momentanea dell’ascolto, ma anche della sua rifrazione nel ricordo. Viceversa riascoltare una musica registrata o radio diffusa produceva una negazione alla possibilità di avvicinamento emancipativo e rivoluzionario delle masse alla cultura alta. E, nell’età succeduta all’avvento dei totalitarismi in mezza Europa, era implicito, per Benjamin, il rischio della appropriazione delle forme di cultura da parte dei regimi autoritari, come in effetti avvenne. Dalla fruizione rituale al consumo dei contenuti quotidiani, all’’utilizzo strumentale dell’arte riprodotta dalla tecnica in regime di oligopolio è quello che oggi tuttora avviene nella televisione di consumo e nella musiche che accompagna il martirio della pubblicità..

Quali sono e se possono esservi le condizioni ideali di un’ottima fruizione e riproduzione dell’ opera musicale è quello che si chiedeva Marini dopo le riflessioni su Banjamin. E’ preferibile una fruizione diretta che elimini i disagi e il disturbo di un certo ambiente? E l’uomo del terzo millennio considera normali le riproduzioni delle opere d’arte nelle condizioni in cui avvengono attualmente? Questo ci avvicina e allontana dalla vera musica? Basandosi sugli studi di John Thomson del 1995 Marini ha ipotizzato come attualmente la tecnologia della riproduzione sia alla base della disponibilità dei beni culturali intesi come patrimonio aperto al pubblico, accessibile ai più. Attingendo soprattutto a registrazioni di concerti jazz, Marini sosteneva che proprio in questo tipo di musica, lontana dalle sale da concerto ingessate dalla tradizione, sia oggi possibile riprodurre le condizioni di quella “aura” partecipativa di cui si parlava sopra: nell’evento jazz il pubblico dialoga ancora con gli esecutori in un interscambio attivo e in continua evoluzione. E per dimostrarlo è ricorso alle magistrali registrazioni di fasi del concerto di Bollani col nostro clarinettista Gabriele Mirabassi e alle mirabolanti invenzioni acustiche della fisarmonica di Simone Zanchini. Con questi modelli relazionali esecutori-pubblico si ritorna ad accendere la forza di quella ritualità collettiva che è stata, per almeno tre secoli, la forza trascinante del concerto musicale. Non senza dimenticare, sottolineava ancora Marini, la fase di ristagno a cui il lockdown e la clausura epidemica hanno costretto i musicisti ad utilizzare, ora veramente al positivo, il mezzo elettronico, e la ripresa e la diffusione via rete. Esemplare, in questa chiave, la intervista a Mirabassi, presumibilmente nel chiostro di sa, Anna, dove nel 2020 il clarinettista perugino ricordava come davanti a una telecamera e suonando per un pubblico indistinto e incognito, un musicista estroso ed estroverso come lui, si sia dovuto ritrovare nelle condizioni di riprodurre, artificialmente, quella “narratività”° che un musicista sa darsi di fronte e chi lo ascolta. Perfettamente edotti della problematica affrontata e risolta ci si chiedeva tra il pubblico dell’aula magna se il professor Marini vorrà ora sistematizzare i suoi interventi su una tematica che, in procinto di accettare le incognite della intelligenza artificiale., dovrà progettare nuovi parametri di “umanità”.
Stefano Ragni

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