Dopo la morte di un detenuto di 30 anni, il sindacato denuncia carenze di organico, detenuti senza colloqui da mesi e una gestione definita inadeguata
Non solo il dramma del suicidio di un detenuto di circa 30 anni nel carcere di Capanne. Il SAPPE punta con forza il dito contro la gestione dell’istituto penitenziario di Perugia e chiede apertamente l’avvicendamento del direttore e del comandante del reparto, ritenuti dal sindacato responsabili di una situazione definita ormai insostenibile.
La richiesta arriva dopo il suicidio avvenuto nel pomeriggio del 2 giugno all’interno della Casa circondariale perugina. Secondo quanto riferito dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, il detenuto, italiano, appellante e ristretto in una sezione aperta, si è tolto la vita nella propria cella dopo aver effettuato in mattinata una videochiamata con la madre.
Stando alla ricostruzione fornita dal SAPPE, il colloquio si sarebbe svolto regolarmente tra le 10 e le 11. Successivamente il detenuto sarebbe rientrato in sezione e avrebbe atteso che il compagno di cella uscisse per l’ora d’aria intorno alle 13, per poi impiccarsi. L’allarme è stato lanciato alle 14.40 al rientro del compagno. Immediato l’intervento degli agenti e del personale sanitario con massaggio cardiaco e defibrillatore, ma il medico di guardia non ha potuto fare altro che constatare il decesso.
Ma è soprattutto sulle condizioni organizzative dell’istituto che si concentra la denuncia del sindacato.
«Un solo agente della Polizia Penitenziaria era di servizio sul piano per controllare due sezioni aperte», afferma Fabrizio Bonino, segretario nazionale SAPPE per l’Umbria. Una situazione che il sindacato definisce incompatibile con qualsiasi efficace attività di prevenzione e controllo.
«I colleghi vengono lasciati soli, in balia dei detenuti, senza alcuna rete di supporto. Non si può essere ovunque e purtroppo qualcuno muore mentre siamo costretti a fare gli equilibristi tra due sezioni», denuncia Bonino.
L’accusa più pesante riguarda però il presunto mancato ascolto dei detenuti da parte dei vertici dell’istituto. Secondo il SAPPE, numerosi reclusi avrebbero presentato da mesi richieste di colloquio con il direttore, il comandante, gli educatori, gli psichiatri e gli psicologi senza ottenere risposte.
«Non è accettabile che un detenuto in difficoltà debba attendere mesi per parlare con uno psichiatra o uno psicologo; peggio ancora con il comandante e il direttore. La Polizia Penitenziaria non può sostituirsi a queste figure professionali, ma viene lasciata sola a gestire il disagio quotidiano senza alcun supporto terapeutico ed educativo», afferma Bonino.
Nel comunicato il sindacato sostiene inoltre che il disagio presente all’interno delle sezioni fosse noto da tempo e che le richieste dei detenuti sarebbero rimaste senza risposta.
Altro elemento evidenziato dal SAPPE è il ruolo del Garante dei detenuti Caforio, intervenuto in istituto dopo il suicidio per incontrare i reclusi. Il sindacato esprime «piena stima e fiducia» nei confronti del Garante, ma accusa direttore e comandante di non collaborare adeguatamente con lui.
«Il Garante dovrebbe essere aggiornato costantemente sulle criticità presenti nell’istituto e non essere chiamato soltanto dopo un morto», sostiene Bonino, secondo cui i vertici del carcere non segnalerebbero tempestivamente le problematiche al Garante e al Magistrato di Sorveglianza.
Alla luce di quanto accaduto, il SAPPE chiede un intervento urgente del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e del Provveditorato regionale per verificare le carenze di organico, garantire un numero adeguato di agenti nelle sezioni detentive e assicurare risposte tempestive alle richieste di colloquio avanzate dai detenuti.
Ma soprattutto il sindacato chiede un cambio ai vertici dell’istituto.
«Quanti altri detenuti dovranno morire prima che si arrivi a un avvicendamento del direttore e del comandante di Perugia? Non possiamo più attendere. Ogni giorno che passa è una condanna a morte annunciata per i detenuti e per la salute psicofisica dei poliziotti penitenziari», conclude Bonino.

























