Respinta la richiesta sulla ludopatia dell’imputato. Ammessi i familiari della vittima come parti civili, ricostruito in aula il delitto per un debito di 200 euro
È entrato nel vivo il processo per l’omicidio di Bala Sagor, il 21enne bengalese ucciso e smembrato a Spoleto il 18 settembre scorso. Nella prima udienza, celebrata il 21 aprile davanti alla Corte d’Assise di Terni, i giudici hanno respinto la richiesta di perizia psichiatrica avanzata dalla difesa di Dmytro Shuryn, il cuoco ucraino di 33 anni accusato del delitto.
La richiesta puntava a verificare l’eventuale incidenza della ludopatia sulla capacità di intendere e di volere dell’imputato al momento dei fatti. La Corte ha però deciso di non disporre accertamenti in tal senso, segnando uno dei primi passaggi chiave del dibattimento.
Nel corso dell’udienza sono stati ammessi come parti civili i familiari della vittima: i genitori, le due sorelle e la nonna del giovane, rappresentati dall’avvocato Paola Picchioni. Non si è invece costituito parte civile il Comune di Spoleto.
I giudici hanno inoltre ammesso tutti i testimoni dell’accusa e due della difesa, escludendo invece quelli richiesti dalla parte civile. Disposta anche una perizia tecnica per la trascrizione delle intercettazioni telefoniche e ambientali, elemento ritenuto centrale per la ricostruzione dei fatti.
Secondo quanto emerso in aula e dalle indagini dei carabinieri, il delitto sarebbe maturato al culmine di una lite per un debito di circa 200 euro. La mattina del 18 settembre, Sagor si era recato nell’abitazione di Shuryn, in via Pietro Conti, anche per chiedere aiuto nella compilazione di alcuni moduli per un corso di formazione.
Il confronto tra i due, avvenuto nel garage o nella cantina dell’appartamento, sarebbe degenerato rapidamente. Stando alla ricostruzione accusatoria e alla stessa confessione resa dall’imputato, Shuryn avrebbe afferrato un coltello colpendo il giovane al collo, uccidendolo. Il corpo sarebbe stato poi smembrato e nascosto in più punti tra la città e le aree boschive, nel tentativo di ostacolare le indagini.
Determinanti per la ricostruzione anche le immagini delle telecamere di videosorveglianza e le conversazioni acquisite dagli inquirenti, che hanno permesso di tracciare gli spostamenti dell’imputato nei giorni successivi al delitto. Lo stesso Shuryn, dopo l’arresto, aveva indicato i luoghi in cui erano stati occultati i resti, pur tentando successivamente di ritrattare la confessione.















