Sotto accusa la coordinatrice e due operatori della cooperativa. Il procuratore Cantone: “Taciute informazioni decisive”
La Procura della Repubblica di Perugia ha chiuso le indagini sull’ormai noto caso dell’“allerta Fentanyl”, notificando l’avviso di conclusione a tre persone: la coordinatrice della cooperativa Borgorete, 54 anni, originaria di Atri (Teramo), un operatore 45enne di Cinquefrondi (Reggio Calabria) con ruoli di responsabilità direttiva, e un altro operatore, 42 anni.
L’accusa formulata dal procuratore Raffaele Cantone è concorso in favoreggiamento. Secondo l’impianto accusatorio, i tre avrebbero ostacolato le investigazioni volte a identificare la tossicodipendente che, nell’aprile 2024, consegnò spontaneamente una dose di eroina all’Unità di strada della cooperativa, dose nella quale il laboratorio di Medicina legale e Scienze forensi dell’Università di Perugia isolò la presenza di fentanyl.

Il caso esplose pubblicamente con un post pubblicato sui social nell’aprile 2024 dall’Unità di strada Perugia. Con tanto di doppio punto esclamativo e segnale di pericolo, veniva annunciata a caratteri maiuscoli un’“Allerta: eroina con presenza di Fentanyl”. Nel messaggio si faceva riferimento alle analisi del laboratorio relative al mese di marzo 2024: “Principio attivo: Eroina 50%, codeina 30%, diazepam 15%, fentanyl 5%”. Percentuali che lo stesso Cantone, mesi dopo, avrebbe definito “un po’ troppo matematiche”.
Da lì partì un effetto domino. Il Dipartimento per le politiche antidroga diffuse un’allerta nazionale. Per la prima volta in Italia, il potentissimo oppioide sintetico — cento volte più potente della morfina, cinquanta volte più dell’eroina, farmaco ospedaliero usato nelle terapie del dolore oncologico e come anestetico — veniva segnalato in una dose di stupefacente destinata allo spaccio di strada.
Negli Stati Uniti il fentanyl ha provocato quasi un milione di overdose letali tra la fine degli anni Novanta e il 2022. Il timore che potesse circolare anche in Italia scatenò ricerche serrate: nelle piazze di spaccio, nelle strade, nel dark web. Ma, al di là di quel caso perugino, la sostanza non fu più trovata.

È su ciò che accadde nelle ore e nei giorni successivi alla consegna della dose che si è concentra l’indagine. Secondo la Procura, la coordinatrice e l’operatore con funzioni direttive avrebbero “rappresentato circostanze non vere sulla modalità di consegna dello stupefacente” e nascosto informazioni utili all’identificazione della tossicodipendente. Agli investigatori della squadra mobile, guidata da Maria Assunta Ghizzoni, sarebbe stato riferito di non conoscere la persona che aveva consegnato la dose e di non poter fornire elementi per identificarla.
Non solo. All’operatore con ruolo direttivo viene contestato anche l’invio in questura di una scheda ritenuta falsificata rispetto a quella originariamente redatta dall’operatore semplice al momento della consegna. Nella versione autentica — poi recuperata dagli inquirenti — si dava atto che nessun test era stato effettuato sulla sostanza; in quella trasmessa alla polizia, invece, risultava il contrario.
Il residuo della dose fu comunque portato al laboratorio di tossicologia della sezione di Medicina legale dell’Università di Perugia, che confermò la presenza di fentanyl. Anche l’operatore che materialmente avrebbe ricevuto la dose è accusato di favoreggiamento: secondo l’ipotesi investigativa avrebbe dichiarato, “su istigazione e in seguito a specifica richiesta del suo superiore”, di non conoscere la tossicodipendente.
In una nota diffusa dal procuratore Cantone vine sottolineato che gli indagati avrebbero taciuto informazioni “pur nella consapevolezza di quanto questa notizia potesse essere importante”. I due operatori sono già stati sentiti e avrebbero parzialmente ammesso di non aver riferito subito la verità. La coordinatrice, invece, non è mai stata interrogata finora e “potrà eventualmente chiarire ora il suo ruolo”.
Il contesto e le ombre
Borgorete è una cooperativa attiva nei servizi sociali e socio-sanitari, impegnata nel supporto psicologico ai tossicodipendenti e nella distribuzione di dispositivi per ridurre i rischi legati al consumo di droga. Proprio per questa missione, il suo nome era circolato già nell’ottobre 2024, durante una conferenza stampa in cui — senza conferme ufficiali — si era intuito che l’inchiesta potesse riguardare l’ambiente dell’Unità di strada.
Oggi, con la chiusura delle indagini, quel sospetto trova un riscontro giudiziario. Resta però il nodo centrale: fu davvero il primo caso di fentanyl nello spaccio italiano o un allarme amplificato da comunicazioni imprecise e informazioni non trasmesse correttamente agli inquirenti?




