Il nuovo rapporto dell’Agenzia Umbria Ricerche fotografa un’evoluzione positiva dell’occupazione femminile, ma evidenzia come le disuguaglianze persistano nelle retribuzioni, nelle carriere e nell’accesso ai ruoli decisionali
Sempre più donne entrano nel mercato del lavoro umbro, ma questo non significa che abbiano raggiunto la parità con gli uomini. Anzi. Se da un lato cresce l’occupazione femminile e diminuisce l’inattività, dall’altro restano forti le differenze nelle retribuzioni, nelle opportunità di carriera e nell’accesso ai ruoli di responsabilità. È questo il quadro che emerge dal nuovo rapporto dell’Agenzia Umbria Ricerche, realizzato in collaborazione con la Consigliera di Parità della Regione Umbria, dedicato alle asimmetrie di genere nella società umbra.
Il documento racconta una regione in cui i progressi sono evidenti, ma ancora insufficienti per parlare di una reale uguaglianza nel mondo del lavoro. La stessa AUR sintetizza il fenomeno con una considerazione che attraversa l’intero studio: le disparità quantitative si stanno riducendo, mentre continuano a persistere quelle qualitative. In altre parole, aumentano le donne che lavorano, ma il loro percorso professionale resta più accidentato rispetto a quello degli uomini.
Tra i dati più significativi spicca proprio la crescita dell’occupazione femminile. Nel 2025 le occupate umbre sono aumentate di 3.100 unità rispetto all’anno precedente, quasi il doppio dell’incremento registrato tra gli uomini. Il tasso di occupazione femminile nella fascia 15-64 anni ha raggiunto il 63%, superando persino quello del Nord Italia, tradizionalmente considerato il punto di riferimento nazionale sotto il profilo occupazionale. Parallelamente si registra una sensibile riduzione dell’inattività femminile, segnale di una partecipazione sempre più ampia delle donne al mercato del lavoro.
Ma il miglioramento dei numeri non cancella le criticità strutturali. Il rapporto sottolinea infatti come il divario continui a manifestarsi soprattutto nella qualità dell’occupazione. Le donne risultano ancora più esposte a carriere discontinue, ricorrono con maggiore frequenza al part-time e sono meno presenti nelle posizioni professionali più remunerative, fattori che finiscono per incidere direttamente anche sui redditi da lavoro. A questo si aggiunge il fenomeno della sovraistruzione, con competenze che spesso non trovano una piena valorizzazione nel mercato del lavoro.
Il cosiddetto “tetto di cristallo” continua poi a rappresentare uno degli ostacoli principali. Pur registrando segnali di crescita della presenza femminile nei ruoli decisionali, l’Umbria evidenzia ancora un forte squilibrio soprattutto nel settore privato. Secondo il rapporto, le donne dirigenti nelle aziende rappresentano appena il 14,2% del totale, una delle percentuali più basse del Paese e ben distante dalla media nazionale del 22,7%.
Diverso il quadro nelle istituzioni regionali, dove l’Umbria si distingue positivamente. La Regione è guidata da una presidente donna e quasi la metà dei consiglieri regionali è costituita da donne, una quota che colloca l’Umbria ai vertici nazionali per rappresentanza femminile nell’assemblea legislativa. Più contenuta, invece, la presenza di sindache nei Comuni, che si ferma al 13%, sotto la media italiana.
Anche sul fronte dell’imprenditoria emergono luci e ombre. Le imprese femminili attive sono diminuite rispetto al 2019, ma quelle rimaste risultano mediamente più solide e strutturate, con una crescita degli addetti e una maggiore presenza nei settori innovativi e del terziario avanzato. Inoltre, con una quota pari al 24,7% del totale delle imprese registrate, l’Umbria si conferma tra le regioni italiane con la più alta incidenza di imprenditoria femminile.
Il messaggio finale del rapporto è chiaro. L’Umbria sta compiendo passi avanti significativi verso una maggiore partecipazione femminile alla vita economica e sociale, ma la piena parità resta ancora un obiettivo lontano. Se la presenza delle donne nel mercato del lavoro cresce con continuità, la vera sfida diventa ora quella di garantire pari opportunità anche nelle retribuzioni, nelle prospettive di carriera e nell’accesso ai luoghi in cui si assumono le decisioni più importanti.















