Mobilitazione di oltre trenta sindaci dell’Italia centrale per tutelare il diritto alla mobilità. Chiesto un confronto stabile con Regioni e Ferrovie: “No allo spopolamento dei territori”
È stato definito un “primo passo”, ma ha tutta l’aria di essere solo l’inizio di una battaglia istituzionale destinata a proseguire a lungo. Ieri, 1° luglio, una delegazione di amministratori dell’Umbria, del Lazio e della Toscana si è recata a Roma per un confronto ufficiale con i vertici di Ferrovie dello Stato e RFI. Sul tavolo, i disagi quotidiani dei pendolari e le prospettive tutt’altro che rassicuranti legate alla delibera dell’Autorità di regolazione dei trasporti, che a partire dal 2026 limiterà l’accesso alla linea direttissima Roma-Firenze ai soli treni capaci di superare i 200 chilometri orari.
Una norma che rischia di escludere i convogli regionali e gli Intercity dall’uso della linea veloce, costringendoli a deviare sulla cosiddetta “linea lenta”, con un prevedibile peggioramento del servizio e dei tempi di percorrenza. Uno scenario che già oggi, complice una serie di lavori in corso, sta generando criticità: sulla tratta Chiusi-Roma, ad esempio, alcuni pendolari sono arrivati a impiegare anche cento minuti.
In treno a Roma: trenta sindaci in fascia tricolore
La protesta si è materializzata con un viaggio simbolico: circa trenta sindaci, con la fascia tricolore al petto, hanno raggiunto la Capitale proprio in treno. A rappresentarli nel colloquio con FS sono stati, tra gli altri, la sindaca di Orvieto Roberta Tardani, il primo cittadino di Chiusi Gianluca Sonnini, l’assessore ai Trasporti di Cortona Silvia Spensierati, il sindaco di Amelia Avio Proietti Scorsoni e il vicesindaco di Orte Antonella Claudiani. Al loro fianco anche un portavoce dei comitati dei pendolari umbri.
Le richieste: deroga alla delibera, nuovi treni e cabina di regia
Durante l’incontro, definito costruttivo e cordiale anche da Ferrovie dello Stato, gli amministratori locali hanno avanzato tre richieste principali. Innanzitutto, una deroga temporanea alla delibera dell’ART, così da evitare lo spostamento immediato dei treni regionali sulla linea lenta. In secondo luogo, la conclusione – da parte delle Regioni – degli investimenti per dotare la flotta di treni veloci, capaci di viaggiare a oltre 200 km/h. Infine, l’avvio di un confronto strutturato tra Regioni, RFI e Intercity per monitorare l’evoluzione del servizio e assicurare una pianificazione condivisa.
“Abbiamo voluto farci portavoce dei disagi vissuti dai pendolari – ha spiegato Tardani – ma anche della preoccupazione che queste difficoltà possano diventare permanenti. Serve un tavolo istituzionale per affrontare insieme questa fase così delicata”.
FS: “Grandi investimenti in campo, dialogo aperto”
I vertici di RFI, rappresentati dall’amministratore delegato Aldo Isi e dal direttore della circolazione Daniele Moretti, hanno illustrato i piani di investimento già avviati per potenziare la rete ferroviaria nazionale. L’obiettivo, in linea con i target del PNRR, è migliorare l’efficienza e l’affidabilità del servizio, garantendo al contempo una manutenzione più capillare.
“È stato importante aprire un canale diretto con FS e RFI – hanno dichiarato i sindaci al termine dell’incontro – ma ora chiediamo che anche le Regioni facciano la loro parte per evitare che i nostri territori restino ai margini”.
La politica si muove: “Una battaglia che va oltre gli schieramenti”
All’iniziativa istituzionale si è affiancato il sostegno trasversale di esponenti politici. La deputata del Movimento 5 Stelle Emma Pavanelli ha già depositato un’interrogazione al Ministero delle Infrastrutture, mentre la vicepresidente della Camera Anna Ascani (Pd) ha parlato di “un danno quotidiano per chi si muove per studio o lavoro” e ha sollecitato “un intervento urgente del governo”.
Nel frattempo, i primi cittadini annunciano nuove iniziative e chiedono che si apra un tavolo anche con il Ministero. In gioco, dicono, non c’è solo la puntualità dei treni, ma il futuro di interi territori: “La mobilità è un diritto – affermano – e la sua negazione alimenta isolamento, disuguaglianze e spopolamento. Non possiamo permettercelo”.





