Solenne Pontificale nella cattedrale di Assisi per la festa del patrono della città e della diocesi. Il presule richiama l’esempio del martire e di San Francesco: «La sfida è remare controcorrente rispetto all’individualismo»
Una vita vissuta come dono, seguendo l’esempio di San Rufino e andando controcorrente rispetto a un individualismo che porta l’uomo a mettere se stesso al centro. È il messaggio lanciato dal vescovo monsignor Felice Accrocca durante il solenne Pontificale celebrato mercoledì 12 agosto nella cattedrale di Assisi in occasione della solennità di San Rufino, patrono della città e della diocesi.
Alla celebrazione, animata dalla Cappella musicale di San Rufino, hanno preso parte le autorità civili e militari, insieme ai rappresentanti della Regione, della Provincia e degli altri Comuni della diocesi.
«Possa oggi la nostra Chiesa locale trarre da Rufino nuova linfa, per una testimonianza serena e gioiosa della nostra fede», ha affermato monsignor Accrocca nella conclusione dell’omelia.
Al centro della riflessione del vescovo il significato della vita intesa come dono. «Tutta la Parola proclamata ci ha trasmesso un’idea fenomenale, quella della vita come dono», ha spiegato, richiamando l’immagine evangelica del pastore che dà la vita per le proprie pecore e le parole di San Paolo.

Secondo Accrocca, si tratta di una sfida particolarmente importante nella società contemporanea. «Vivere la vita come dono è la sfida che ci sta davanti», ha sottolineato il vescovo, evidenziando come l’individualismo possa spingere la persona a considerarsi «centro del mondo» e a pensare che tutto ruoti attorno a lei.
La prospettiva cristiana, ha aggiunto, indica invece una strada opposta: «Fare della vita un dono a immagine di Gesù, che ha salvato gli altri a prezzo di sé». Da qui l’invito a «remare controcorrente» e a trasformare la propria esistenza in «un pane spezzato». «Possa l’esempio di San Rufino aiutarci nella semina evangelica, a fare della nostra vita un dono per gli altri», ha detto il presule.
Il martirio di San Rufino e la responsabilità dei fedeli
Nel corso dell’omelia Accrocca si è soffermato anche sul martirio del patrono, sottolineando la responsabilità che deriva dall’essere una Chiesa locale edificata sulla testimonianza di un martire.
Il vescovo ha distinto tra «martirio bianco» e «martirio rosso». Il primo consiste in «un’esistenza vissuta giorno per giorno non in modo egoistico ma come dono di sé». Il secondo, nella realtà contemporanea, non coincide necessariamente con il rischio della vita, ma con la capacità di testimoniare la propria fede anche di fronte al disprezzo e allo scherno.
Una testimonianza che, ha riconosciuto Accrocca, può essere difficile e può far nascere la tentazione di non esporsi. Nell’esempio di San Rufino, però, le due forme di martirio si incontrano e consegnano ai fedeli un unico messaggio: «Vivere la vita come dono».
Il richiamo alle parole di San Francesco
Nella festa del patrono di Assisi non è mancato il riferimento a San Francesco. Accrocca ha citato l’Ammonizione sesta, nella quale il Poverello ricorda come i santi abbiano seguito il Signore «nella tribolazione e nella persecuzione, nella vergogna e nella fame, nell’infermità e nella tentazione», mettendo in guardia dal rischio di cercare gloria e onore limitandosi a raccontarne le opere senza seguirne concretamente l’esempio.
Il messaggio finale è stato rivolto all’intera comunità ecclesiale. «Il Signore aiuti tutti noi, battezzati, pastori e diaconi, a essere pecore docili, a vivere autenticamente il battesimo e il ministero sacerdotale e diaconale», ha concluso Accrocca, chiedendo al Signore di aiutare la comunità a vivere «la docilità del gregge e forza e clemenza necessarie nel pastore».















