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Home » Solidarietà è parola semplice da pronunciare, ma difficile da realizzare
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Solidarietà è parola semplice da pronunciare, ma difficile da realizzare

admin_editore05 Mins ReadDicembre 9, 2019
 
 

Di Adriano Marinensi – Questa non è la rievocazione di un grande evento. Siccome, a volte, anche i fatti minimi danno un significato alle azioni umane, allora eccone uno del quale ritengo utile scrivere ancora una volta. Per aggiungerci una rapida e modesta riflessione. Era il 3 dicembre 2012, quando all’Albo Pretorio del Comune di Terni venne pubblicata la Deliberazione avente per oggetto un Atto di indirizzo approvato dalla 2a Commissione. Nel testo sta scritto: Il Consiglio comunale – con voti favorevoli 27, su 27 votanti – delibera di chiedere al Sindaco ed alla Giunta di mettere in campo ogni azione volta ad individuare una ubicazione ove realizzare un dormitorio pubblico.

Dunque, una decisione del massimo organismo democratico cittadino, adottata alla unanimità, sette anni orsono, proprio di questi giorni (eccola l’occasione per reiterare l’argomento), al fine di realizzare l’offerta di un servizio che però andrebbe meglio definito Centro notturno di accoglienza, dotato delle caratteristiche di una moderna location (scusate il termine) a disposizione dei senza tetto o senza fissa dimora. Si dirà, servizio per poche persone; però, dico io, in grado di contribuire a dar la misura della vigile attenzione di una comunità, verso problemi sensibili, che testimonia lo spirito solidale e la disponibilità di condividere il disagio, di privilegiare la mano tesa verso gli svantaggiati. Una risposta forte di tale attenzione, i ternani l’hanno data in occasione della recente raccolta di generi alimentari, destinati alla beneficienza, promossa dal Banco Alimentare.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Solidarietà è parola facile da pronunciare, ma difficile da porre in pratica. Presuppone l’abiura dell’egoismo e l’accettazione piena dei valori di giustizia, rispetto umano, mutuo soccorso, altruismo. Queste ad altre virtù etiche debbono essere caratterizzanti di una vera società democratica. Di contro sta l’incultura, che privilegia interessi meno nobili e rallenta i vincoli comunitari. Per finire, non di rado, nel conservatorismo dei privilegi. Si crea un concetto di libertà, di tipo aristocratico, sospesa e vuota, estranea, quasi intrusa.

Così a correre il pericolo di finire emarginate sono le categorie più deboli, in contrasto persino con il dettato costituzionale che parla di adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. L’organizzazione della collettività moderna – con i suoi sospetti, le distinzioni, i rifiuti, l’insicurezza fatta percepire in eccesso – orienta verso la separazione che retrocede il cittadino nel disimpegno dagli obblighi civili. Mentre la democrazia realizzata è anche difesa, per tutti, dei principi umani. Rimuovendo, il più possibile, le precarietà.

In una fase di involuzione economica da un lato e di imbarbarimento del confronto politico dall’altro, durante la quale stanno crescendo gli stati personali e familiari prossimi all’indigenza materiale e morale, pure i piccoli segnali di fratellanza, come la messa a disposizione del Centro notturno di accoglienza, (non un dormitorio e basta) possono connotare una Amministrazione comunale e la sensibilità degli amministrati. A prescindere dal cambio di colore intervenuto nel Governo della città di Terni.

Il questo quadro che investe i rapporti tra le componenti attive della società e cerca nuove direttrici di razionale sviluppo, non è estraneo (seppure non omogeneo, ma leggetelo lo stesso) l’argomento affrontato, nelle scorse settimane, durante un Convegno tenutosi a Roma sulla nuova progettualità legata al modo di intendere l’accesso alle risorse. Della furia consumistica, madre naturale dell’usa e getta, oggi rimangono gli ultimi retaggi. E la difesa ostinata di certa cocciuta ricerca del guadagno. Sta trovando sempre più fedeli il credo del recupero e del riciclo, sino alla grande utopia del processo fondato appunto sull’economia circolare. Nella politica del massimo recupero, c’è dentro anche l’utilizzo a fini di sostegno agli stati di disagio – lo scrivo per inciso – attraverso la finalizzazione sociale degli alimentari del commercio e della ristorazione. Una risorsa altrimenti perduta.

L’inversione strategica imposta dall’economia circolare è dettata da una constatazione elementare della quale s’è presa recente coscienza: i rifiuti non più come prodotto da distruggere, quanto invece materia prima per nuove utilità. Di cosa si tratta è scritto nella presentazione dell’iniziativa romana: E’ un progetto di produzione e consumo che implica condivisione, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento di materiali e prodotti per dar loro una vita più lunga possibile. Dunque, un passaggio coraggioso da un modello lineare ad un altro, assai più avanzato, circolare. Che richiede tempi non brevi ed un profondo mutamento culturale. Uno slogan promozionale potrebbe essere: La scatola di cartone ha sette vite, come i gatti, gettala nel cassonetto giusto. Servirà per farne altre tal quali.

Un esempio schematico può venire dalla componente umida degli scarti domestici, ben selezionati all’origine e quindi con una frazione estranea azzerata, per elevarne la qualità. Dai secchielli presenti nelle abitazioni, l’umido va all’impianto di compostaggio che lo omogeneizza, bilanciando l’azoto. Poi, ci pensano i microrganismi a favorire la degradazione e, tempo alcuni mesi, è pronto il concime da usare in agricoltura. In questo modo, quello che abbiamo messo da parte nella nostra cucina, almeno per metà, torna in campo e nel campo, all’origine della catena alimentare. C’è dunque una strada da seguire: innanzitutto la riduzione degli scarti inevitabili al momento della produzione dei beni di largo consumo (cartoni, incarti, confezioni utili soltanto alla pubblicità spesso ingannevole): quindi una rigorosa raccolta differenziata, la disponibilità di una moderna impiantistica di trattamento, l’utilizzo sistematico di ultima finalizzazione. Occorre prendere totale coscienza che l’idea della distruzione dei rifiuti, prescindendo da qualsiasi utilizzo – compresa la derivazione del bio gas per generare calore o energia elettrica – è al tramonto. E impone al cittadino responsabile, una civile, doverosa, intelligente cooperazione.

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