di Francesco Castellini – Ma in questo Paese che bisogna fare per ottenere un minimo di aiuto? Di certo essere italiani non basta. Anche se sei lì che puoi vantare malattie invalidanti, handicap fisici e mentali. Anche così non si viene considerati come si deve.
L'errore di essere italiani. Forse, in questa strana nazione che da tempo ha perso la bussola, l’unico modo sarebbe quello di espatriare e ritornare nelle clandestine vesti di profugo. Allora sì che avresti delle chance in più, allora sì che otterresti comprensione e favori. Ma che si sappia, se si fa l’errore di essere italiani, si viene lasciati naufragare nel proprio mare. C’è davvero qualcosa che non va in quest’epoca in cui, come canta Battiato, “ci mancavano solo gli idioti dell’orrore”. La verità è che andando avanti così rischiamo di diventare tutti figli di una colpevole indifferenza.
Il caso di Valentina. Non c’è niente da fare, ormai si pensa solo a se stessi, e degli altri, di quelli caduti in disgrazia, chi se ne frega. E’ un po’ la storia del cane con l’osso in bocca. Guai ad avvicinarsi. Non ce n’è più per nessuno. La storia della signora Valentina di Magione è un caso emblematico. Da anni, questa giovane donna afflitta da piaghe nel corpo e nell’anima (seguita dai servizi sociali e dal servizio di igiene mentale per patologie fisiche e psichiche riconosciute), si dà da fare per non naufragare. E’ sola, si attacca a tutti gli appigli possibili per tentare di rimanere a galla, ma le onde non finiscono mai di travolgerla. Ed è sempre un ricominciare daccapo, con mille paure che le stringono il cuore. Lei, chiede solo un lavoretto che le consenta di vivere dignitosamente, e dunque di poter accudire a se stessa e al suo amato cagnolino, peraltro bisognoso a sua volta di cure e di farmaci. Ma le risposte sono sempre negative. A forza di bussare alle porte qualche cosa l’ha ottenuta, ma quel poco ancora non basta per potersi sentire tranquilla. I conti non tornano mai e ancora non ce la fa a raggiungere un equilibrio economico e mentale. Valentina ha chiamato in redazione. Ha detto: “Aiutatemi, non ce la faccio più ad andare avanti. Se non fosse per il mio cane avrei già fatto una sciocchezza”. Siamo andati a trovarla. Vive in un appartamentino delle case popolari. Un ambiente moderno, pulito, dignitoso. L’affitto è esiguo, 29 euro al mese, ma quando le entrate sono risibili, il poter stare in regola con i pagamenti, con le bollette, diventa un incubo.
I conti sono presto fatti: la pensione di invalidità civile è di 289 euro, a questi soldi vanno aggiunti i 148 euro che le dovrebbero arrivare dalla borsa terapica, che in altri termini sono quelli che le consentono di fare 10 ore di lavoro a settimana con una cooperativa di pulizie. “Ma quando sto male o ci sono di mezzo i giorni di festività non me li danno mica tutti, a volte sono arrivata a prenderne la metà, ma così l’affitto, la luce, l’acqua, il gas, come faccio a pagarli? Non chiedo elemosine, chiedo solo un lavoretto che mi faccia vivere in pace”. Intanto deve ancora ricevere i soldi guadagnati a marzo e in tasca le sono rimaste una cinquantina d’euro per arrivare alla fine del mese. Ma non si trova il verso per sbloccare quella cifra dovuta. E’ un continuo rinviare, un continuo accampare scuse pur di non sborsare quei soldi che per lei sono diventati d’importanza vitale.
Grazie a Dik sono viva. “Per fortuna ho dei vicini che ogni tanto mi portano da mangiare. La Caritas sabato mi ha promesso un pacco alimentare. Ma la vita è dura davvero e sono talmente disperata che ho pensato di andarmene per sempre. Se non ci fosse il mio piccolo Dik, che devo curare, che ha bisogno di me perché soffre di crisi epilettiche, avrei già tolto il disturbo per sempre”.







