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Home » Luciano Moretti nel ricordo dell’amico Mario Roych
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Luciano Moretti nel ricordo dell’amico Mario Roych

admin07 Mins ReadLuglio 25, 2017
 
 
 

Di Mario Roych – Ieri si sono svolti i funerali di Luciano Moretti alla presenza di moltissime persone, sia autorità sia colleghi giornalisti e uomini e donne semplici.

Purtroppo, essendo oltremare, non ho potuto essere presente e questo mi rammarica molto. Ho seguito la cerimonia attraverso il resoconto di Gianfranco Ricci, uno dei giornalisti più vicini al compianto amico, che già venerdì aveva scritto parole bellissime in suo ricordo.

Nella mia mente si affollano tanti episodi. Eravamo molto legati, un’amicizia che si era consolidata nel tempo, dal primo incontro, che risale al 1960, quando venne a trovarmi, con Giancarlo Guardabassi, a casa della mia fidanzata Milena. Era già impiegato nella Ragioneria dell’università ma quel lavoro di contabile non gli piaceva, perché piegava la sua dote principale, l’inventiva. I colleghi gli evitavano gli impegni più gravosi, ma quando era il momento del bilancio, non poteva sottrarsi al lavoro comune. Non esistevano ancora i computer, perciò dieci ragionieri si disponevano intorno a un grande tavolo, ognuno con la copia di un grande Librone ove erano i conti. Purtroppo quell’anno il Bilancio non quadrava (per poche lire) perciò dovevano passare in rassegna ogni voce per trovare l’errore. A turno uno leggeva e gli altri controllavano. Luciano inventò un metodo per alleviare la noia: recitiamo come si trattasse di un rosario o di una messa. La cosa andò avanti per alcuni giorni e finalmente trovarono la scrittura che non faceva quadrare.

Il fatto dimostra che fin da giovane Luciano aveva una dote bellissima, quella di dissacrare pur realizzando cose serie.

Nella sua famiglia c’era una tradizione di bancari di un certo livello. Perciò, Luciano prese l’aspettativa dall’Università e fu assunto alla Cassa di Risparmio. L’esperienza durò tre giorni, poi tornò all’Ateneo sotto la direzione della signora Mori, Ragioniere Capo. Il nuovo Bilancio non quadrava per poche lire. La Signora Mori chiamò Luciano e gli disse «Ragioniere organizzi una Messa solenne!».

Il monotono succedersi degli eventi fu interrotto da un fatto straordinario. Venne da Roma un Ispettore per fare le pulci alla contabilità, con lo scopo evidente di mettere in difficoltà il Rettore Ermini. Quel funzionario era un uomo velenoso, arcigno e scostante. Ritenendo che i Ragionieri facessero melina, un giorno proruppe in una bestemmia. Luciano colse al volo l’occasione. Chiamò un ragioniere che apparteneva alla Lega antibestemmia e attirò la sua attenzione su questo vizio dell’Ispettore: Alla sua nuova imprecazione, il Ragioniere – su suggerimento di Luciano chiese udienza al Rettore e gli raccontò. «Se non prenderà provvedimenti, denuncerò il Rettorato.». Ermini aveva una marcia in più, chiamò il Ministro del Tesoro e, indignato, protestò per il comportamento del suo funzionario. Nel giro di dieci minuti squillò il telefono della Ragioneria. Dal Ministero del Tesoro volevano l’Ispettore. Ascoltò, raccolse le sue carte, partì e non si fece più vedere.

Nel 1970 arrivò la Regione. Sergio Angelini fu eletto vice presidente del Consiglio regionale e, avendo diritto a un Assistente, scelse Luciano, che fu distaccato dall’Università. In seguito cominciammo a frequentarci giornalmente per lavoro e per attività politica. Lui era il mio segretario di sezione, nella mitica Perugia centro. Riusciva a far quadrare i conti, perché personaggi come il notaio Antonioni, l’avvocato Parlavecchio e l’imprenditore Remo Lana, coprivano i buchi con generose donazioni. Anche in questo campo mostrava creatività. Ogni anno vendeva al prof. Spitella Segretario provinciale del partito il salotto di vimini che era stato dell’Intesa universitaria.

Nel 1975 ideammo il progetto Radio Aut, una delle prime radio libere in Italia, nei viottoli del Tennis Club, dove ci recavamo per conferire con Sergio Angelini, che ne era Presidente. Occorreva un esperto di radio e Luciano rispolverò la sua vecchia amicizia con Giancarlo Guardabassi, conduttore della celeberrima trasmissione Dischi caldi, che si tuffò con grande impegno nell’iniziativa. Una domenica ci mise in mano un microfono e varò una coppia divenuta celebre, zio Mario e zio Luciano.

Trasmettemmo ogni domenica per quattro ore, per quindici anni.

Luciano era un personaggio, perciò potevamo puntare su lui per eleggerlo consigliere comunale. Occorre un’idea pubblicitaria, disse un giorno. Il pomeriggio lo vidi passeggiare nel Corso Vannucci con un piccolo cane che aveva un cappottino: «Mi chiamo Pippo e voto Luciano».

Nel 1979 sono eletto Segretario provinciale della DC e comunico a Luciano che lascio la trasmissione Radio Festa, troppo allegra, scanzonata e provocatoria. Mi affrontò a brutto muso e mi disse. «Dobbiamo dare un segnale di novità, rompendo con la regola che stabilisce che il segretario provinciale sia un personaggio grigio e ingessato. Anzi, colgo l’occasione per dirti che devi rinnovare il tuo guardaroba. Non dico che dovrai imitare le mie camice e le mie cravatte multicolori, ma devi fare qualcosa».

Gli diedi retta e ciò mi consentì di assistere a quella che io ritengo la più grande prestazione giornalistica di Luciano. Enzo Tortora era stato posto agli arresti domiciliari, dopo il carcere e in attesa del processo, che lo avrebbe assolto con formula piena. Era un leone in gabbia, anche perché era stato vietato l’accesso dei giornalisti, il che gli impediva di difendersi. Era un simbolo delle prime battaglie radicali di Marco Pannella. Un avvocato nostro amico. Marzio Modena, ci aveva procurato il telefono di Enzo, perciò lo chiamammo (lui aspettava la chiamata). Luciano assunse il comando delle operazioni, non fece un’intervista di maniera, ma incalzò Tortora, dandogli la possibilità di difendersi. A un certo punto intervenne telefonicamente il capo umbro dei radicali, il quale disse «Enzo stai attento, Mario e Luciano sono democristiani.». Lui riprese l’amico con queste parole: «Sono democristiani? Ma non senti che sono persone libere, le prime che mi permettono di difendermi, violando, a loro rischio, anche il divieto degli inquirenti?». Questa intervista, che durò oltre un’ora, ebbe larga risonanza nazionale.

La frequentazione domenicale aveva fatto crescere l’amicizia. Si aprì una stagione di vacanze in montagna con la Libertas di Enzo Orioli, Ruggero Celani e Vincenzo Carloni e soprattutto al mare. Luciano ci raggiungeva a bordo di un duetto rosso, nel quale trovavano posto i miei suoceri e una damigiana di vino. Anche questa era una testimonianza di umanità, di solidarietà verso persone anziane. I miei figli accoglievano zio Luciano in modo festoso.

Luciano era un grande maestro di cerimonie. Lo dimostrò soprattutto durante il periodo in cui ricoprì la presidenza del Codacom organizzando eventi di grande spessore (com’è stato bello l’intervento di Paissan che ha ricordato il comune impegno nel settore). A lui si rivolgeva per consigli anche l’ufficio di Presidenza del Consiglio regionale. Quando furono eletti tre consiglieri della lista Caccia e pesca, gli chiesero in quale posizione dovevano essere collocati: al centro, a destra o a sinistra? Dissacrante, così rispose . «Costruiamoli un capanno per il richiamo della selvaggina.».

Luciano poteva apparire una persona strasicura, ma aveva anche lui momenti di debolezza. Fu chiamato a testimoniare in un processo e Calogero, un avvocato di grido, lo tartassò per farlo cadere in contraddizione. Rispose con il suo solito modo, ma la cosa lasciò il segno e provocò sicuramente quel tumore al pancreas di cui ha parlato Francesco Calabrese nel suo ricordo. Dopo la prima operazione (aperto e chiuso) si era accorto del fatto che il chirurgo non aveva risolto il problema. Ancor prima che uscisse dall’ospedale, concordammo di combattere la battaglia per la sopravvivenza, utilizzando la medicina ufficiale e quell’alternativa (l’omeopatia indiana). La battaglia è riuscita perché Luciano è sopravvissuto per oltre vent’anni.

Dopo la seconda operazione tornò da noi al mare, con Guglielmina, e tornò a Perugia in forze.

Amico mio, ho il rimorso per averti trattato male nelle due occasioni in cui avemmo posizioni diverse. Per fortuna bastò uno sguardo per ripristinare la nostra amicizia!

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