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Home » L’arroganza e la protervia che tradiscono la memoria
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L’arroganza e la protervia che tradiscono la memoria

admin_editore06 Mins ReadMarzo 26, 2018
 
 

Di Adriano Marinensi – Proprio mentre si celebrava il ricordo della strage di Via Fani (5 Agenti assassinati) e dell’uccisione di Aldo Moro, la voce degli autori di quel fatto criminoso ha scosso l’opinione pubblica. E’ stata, senza esimente alcuna, una sorta di alto tradimento al senso civile ed alla deontologia dell’informazione. Cosa avessero ancora da dire gli artefici di tanti delitti, non si è ben compreso, tranne che recare ulteriore scempio ai morti e dolore alle loro famiglie. E offesa al sistema delle libertà democratiche.

Con una arroganza degna di peggior causa, la ex brigatista Barbara Balzerani, componente della colonna romana delle Brigate Rosse – dissociatasi dalla lotta armata e in libertà dal 1994 – ha esternato dichiarazioni grottesche e della massima irresponsabilità. Queste: “C’è una figura, la vittima, che è diventata un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola”. Come dire, quando la viltà del giudizio travalica i confini della protervia! Ci sarebbe da indignarsi oltre misura se non avessimo già affidato alla dannazione della storia certi fantasmi. Solo la dignità degli ideali democratici ha concesso loro il privilegio dell’oblio. Immeritato, se questi sono i loro pensieri.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Il monumento eretto in Via Fani, di recente profanato da mani indegne, rimarrà a testimonianza perenne ed è il solo ad avere il diritto della verità. E la verità dice che il giorno 16 marzo del 1978, in quel luogo furono massacrati cinque “servitori dello Stato” ed un alto rappresentante dello stesso Stato rapito, poi ucciso. Altro che il mestiere della vittima! Semmai, delle vittime che furono tante e sacrificate da una sedizione che s’era eretta a giustiziere in nome di una ideologia scellerata. Sappiano, costoro – TUTTI – che, ai tanti bersagli della loro follia, il popolo italiano continuerà per sempre a rendere il dovuto omaggio. Mentre alle gesta del terrorismo andrà la perenne esecrazione.

Continuano ad esibirsi con stantie valutazioni riguardanti il “contesto politico” che rese necessaria la lotta contro un “retrivo e opprimente stato borghese”. Un vuoto assoluto di filosofia civile e morale che induce a rimarcare i territori e far capire, ancora una volta, che l’espressione plebiscitaria del popolo italiano – allora come oggi – sta con Moro e con gli uomini della scorta, sta insomma con la nobiltà delle Istituzioni e il senso del dovere civile. Gli altri rimangono nell’ombra nera e retriva della semplice criminalità. Il resto è un basso tentativo di mistificare la realtà, nella compiacente e accomodante cornice di effetti speciali offerti dalla T.V., spesso efficace mezzo di stupidificazione di massa.

Nel mio ricordo rimane la solennità del rito funebre, celebrato il 19 marzo 1978, a Roma, nella Basilica patriarcale di S. Lorenzo al Verano. Così lo descrisse Giampaolo Panza in un articolo: “Lo schieramento è il seguente. A destra la bara del caposcorta di Moro, il maresciallo Oreste Leonardi (7 pallottole), poi il v. brigadiere Francesco Zizzi (tre pallottole), l’appuntato Domenico Ricci (7 pallottole), la guardia Giulio Rivera (almeno 7 pallottole), infine la guardia Raffaele Iozzino (5 pallottole). Iozzino era il più giovane, appena 23 anni, ed aveva tentato di uscire dall’Alfetta per fronteggiare il fuoco dei mitragliatori. E’ morto con la schiena sulla strada e la pistola in pugno”. Questi, insieme a Moro, furono gli eroi. Giampaolo Panza aggiunse: “L’addio della nostra democrazia, ci obbliga, ancora una volta ad un compito che riempie di sgomento: descrivere un altro funerale di morti assassinati”. Assassinati a decine – giova ricordarlo a chi osa preferire l’insulto – dalle pallottole sparate dai suoi sodali in Via Fani e in tanti altri luoghi dell’Italia insanguinata da quella terribile stagione.

Di sicuro in 11 presero parte all’agguato di Via Fani, mentre 4 spararono sulla scorta. La domanda è: che fine hanno fatto i principali protagonisti dell’azione criminosa? Intanto i 4: Valerio Morucci (condannato a 30 anni, rilasciato nel 1994), Prospero Gallinari (deceduto nel 2013), Franco Bonisoli (ergastolo, in semilibertà), Raffaele Fiore (ergastolo, in libertà condizionale dal 1997). Poi, Mario Moretti (ergastolo plurimo, in semilibertà dal 1994), Bruno Seghetti (ergastolo, detenuto, lavora in una cooperativa), Alessio Casimirri (fuggito in Nicaragua con un passaporto falso), Germano Maccari (deceduto in detenzione). Adriana Faranda, colei che recapitava i messaggi delle B.R., dissociatasi dalla lotta armata, è tornata in libertà nel 1994. Sugli altri, macchiatisi, a vario titolo, dei delitti del mostro (le B.R., appunto) va steso un “bianco lenzuolo” di commiserazione.

Questi gli attori sulla scena. I burattinai, dietro le quinte, sono stati purtroppo oggetto di velate ipotesi, più o meno attendibili. Nelle pieghe del documento redatto dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, qualcuno ha voluto leggere anche aspetti sconcertanti. Il rapimento di Moro sarebbe stato ideato da “una commistione internazionale (sic!) tra Brigate Rosse, parti deviate dello Stato italiano, Servizi segreti – CIA e KGB in testa – mafia siculo americana e (addirittura) poteri occulti del Vaticano”. Una tesi forse azzardata che però mostra alcuni passaggi verosimili. Così come l’altra che contesta il “memoriale Morucci – Faranda”, laddove sostiene che Moro fu ucciso nel portabagagli della Renault rossa, fatta ritrovare, il 9 maggio, in Via Caetani. Il RIS ha infatti attestato che contro di lui vennero sparati numerosi colpi mentre era in piedi.

Il “peccato politico” attribuito al presidente della D.C. era di aver promosso l’accordo che prevedeva la formazione di un Governo presieduto da Giulio Andreotti, validato dall’appoggio esterno del P.C.I. di Enrico Berlinguer. Alla Presidenza della Repubblica c’era Giovanni Leone. Il sistema democratico apparve in pericolo e quindi la conclusione unanime fu dare immediatamente la fiducia al Governo Andreotti per restituire potere pieno all’Esecutivo ed allo Stato. Poi, venne il tempo della pietas e dell’omaggio per quanti, quel giorno in Via Fani, l’altro giorno in Via Caetani e tantissimi altri giorni – rappresentanti della politica, della cultura, del giornalismo, delle forze sociali – caddero sotto il piombo dell’eversione che intendeva scardinare l’ordine costituito, per libera scelta, dagli italiani. Oggi alcuni di quegli sconfitti sono rientrati nelle nostre case attraverso i teleschermi. Per di più, durante il richiamo alla memoria di un altro evento (la strage delle Fosse Ardeatine – 24 marzo 1944), messo in atto, con uguale bestialità, da uguali criminali. Lascia sgomento che, a 40 anni di distanza da Via Fani, ci sia chi reca invettiva, parlando del “mestiere e della figura stramba della vittima”. Quasi che quei fatti appartenessero alla storia di chi li ha commessi e non al ripudio sancito da un popolo intero. Vergogna!

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