di Adriano Marinensi – Il prof. Franco Ferrarotti – non solamente illustre sociologo, ma anche profondo conoscitore della storia politica d’Italia – nella dedica sull’ultimo suo libro che mi ha inviato, scrive: “Con viva stima, in ricordo delle buone passeggiate fatte al Terminillo”. Per me, quelle passeggiate estive sono state un terreno fertile di confronto e conoscenza, arricchite dalla chiarezza delle idee che il “compagno di viaggio” metteva nell’analisi dei problemi.
Da un paio d’anni, il Professore non è salito sul Terminillo e quei “dialoghi” mi sono mancati. Li rinverdisco con la lettura di ciò che continua saggiamente a scrivere e pubblicare. Il volume che ho ricevuto alcune settimane fa, si intitola “Oltre le sabbie immobili”. Tratta, in apertura, dell’Italia dei misteri e cita “il caso esemplare di Ustica”. Poi, esprime puntuali valutazioni sulla democrazia sostanziale, sulla ricerca del potere politico “partecipato ed efficiente”, sullo stato sociale italiano, sulle speranze perdute e in parte ritrovate, dal dopoguerra ad oggi. Insomma, una indagine non ideologica delle vicende nazionali, talvolta gravate purtroppo dalle mistificazioni dei poteri occulti.
Agevolati questi poteri – par di capire – dai “gruppi politici che vivono di politica, invece che per i loro ideali politici”. E’ vero, le coperture, i segreti, le collusioni minano la democrazia e finiscono per approfondire il vulnus tra le Istituzioni e i cittadini. Mentre il sistema delle libertà responsabili ha bisogno di coinvolgimento popolare nella permanente professione di verità. “All’apparenza – rileva Ferrarotti – tutto è regolare: il rito democratico si svolge secondo le regole. In realtà, gruppi di potere sconosciuti alla pubblica opinione, nell’ombra, comandano a coloro che comandano”.
Una delle sue conclusioni è che oggi “gli ideali democratici in senso forte, sono in ribasso”, anche a causa del “deprimente esaurimento del pensiero politico”. Perciò, occorre “tendere alla democrazia come sostanza e non come forma”. Ed al fine del controllo di legittimità del potere, diventa indispensabile “riaprire il discorso sulla democrazia come partecipazione popolare”. Rifuggendo dalla “oscura ottusità della menzogna”. Dentro tale scenario, si colloca pure il disastro aereo di Ustica, evento – scrive Ferrarotti – “dai contorni mai nettamente precisati”. E’ stata una delle partite che in molti hanno giocato con carte truccate. Diversi bastoni fra le ruote sono opera degli apparati dello Stato e della burocrazia, un convitato di pietra quest’ultimo che, troppo spesso, frena i processi di ammodernamento sociale e culturale.
Veniamo al fatto. E’ il 27 giugno 1980. Un DC 9 della Compagnia Itavia parte da Bologna intorno alle 20, con più di cento minuti di ritardo. E’ diretto a Palermo ed ha a bordo 77 passeggeri e 4 membri di equipaggio. Un’ora dopo sparisce dagli schermi radar e non risponde più ai segnali lanciati dalla torre di controllo siciliana. All’alba del giorno dopo, un elicottero individua alcuni rottami in mare tra le isole di Ponza e di Ustica. Nessun superstite e soltanto 38 le salme recuperate, mentre viene accertato che l’aereo è esploso in volo. Il relitto viene poi ripescato e ricomposto nell’aeroporto di Pratica di Mare a disposizione degli inquirenti. Oggi si trova nel “Museo della memoria” di Bologna.
Due le ipotesi iniziali, il cedimento strutturale e l’esplosione di una bomba a bordo; alle quali si aggiungono, più tardi, il missile lanciato dall’esterno e la collisione con un altro aereo. Quindi comincia la lunga e intricata teoria di reticenze, depistaggi, inquinamenti delle prove. Persino la Magistratura è in affanno e neppure la Commissione parlamentare, impegnata per 11 anni, riescono a scoprire per intero la verità. La tesi prevalente, assunta come pista di indagine, è quella del missile sparato, come s’usa dire, da agente esterno non identificato. Il risultato concreto è l’allestimento di un enorme fascicolo, all’interno del quale trovano posto persino alcune morti dichiarate sospette, avvenute in tempi successivi al 1980 (suicidio, omicidio, incidente stradale).
Il 28 giugno 1980, un anonimo, che dice di parlare a nome dei NAR – una delle sigle terroristiche degli anni di piombo – telefona al Corriere della Sera e rivendica l’attentato con la bomba a bordo. E’ un falso. D’altro canto, è difficile capire come possa esplodere una bomba ad orologeria collocata dentro un aereo partito, fatto del tutto imprevisto, con quasi due ore di ritardo. Al comportamento, a dir poco renitente alla verità, di alcuni ambienti militari vengono addebitati delitti quali l’abuso d’ufficio, il falso ideologico, il favoreggiamento. In una delle sentenze emesse sta scritto che ci sono state responsabilità e complicità di soggetti dell’Aeronautica, i quali hanno impedito l’accertamento dei fatti con atti illegali successivi al disastro. A processo vanno 4 Generali, tutti assolti, due per non aver commesso il fatto e gli altri per prescrizione dei reati.
Nel 2007, ci mette del suo Francesco Cossiga che era Presidente del Consiglio nel 1980. Dichiara: il D C 9 è stato abbattuto da un missile lanciato da un velivolo decollato dalla portaerei francese Clemenceau che voleva colpire un altro aereo sul quale viaggiava Gheddafi. Informazione avuta dai Servizi segreti italiani. L’indagine riprende slancio con una serie di “domande” poste ai comandi militari francese e americano che avevano, quel giorno, presenze armate nel Mediterraneo. Poche e omertose le risposte. Nel 2011, il Tribunale di Palermo condanna i Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire i danni subiti dai familiari delle vittime, “per non aver fatto abbastanza al fine di prevenire la tragedia”. La Cassazione ha scritto che “è abbondantemente e congruamente motivata la tesi del missile”.
Basta così. Macché. Negli ambienti giudiziari ha preso corpo un altro campo d’indagine: la teoria del “near collision”. Eccola: un aereo militare libico, quella notte, volava nascosto sotto il D C 9. Virando violentemente per sfuggire alla caccia di due inseguitori, ha colliso con l’aereo italiano. Che è caduto in mare, mentre lui è andato a schiantarsi sulla Sila dove è stato poi ritrovato il 18 luglio, ma sembra fosse precipitato lo stesso giorno del D C 9. Disse Giovanni Spadolini: Risolvete l’enigma del Mig libico e avrete trovato la chiave per scoprire la verità su Ustica. Nessuna “chiave” è stata trovata. Così, alla ragnatela tessuta intorno alla vicenda, si è aggiunto un altro filo arcano. Tutto questo ed altro messo insieme, ne è scaturito, un giallo sul quale – così ha detto di recente il Presidente Mattarella – aleggiano “ombre e opacità persistenti”. Dopo 37 anni, la storia, piena di enigmi non svelati, continua a puntate, quasi fosse – invece di una tragedia che ha ucciso 81 persone e seminato dolore tra i familiari – una telenovela televisiva. Che il tempo, alla fine, farà scomparire “oltre le sabbie immobili”. E Auguri al prof. Ferrarotti (classe 1926) per i suoi 90 anni.





