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Home » La transumanza, una delle tradizioni travolte dal progresso
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La transumanza, una delle tradizioni travolte dal progresso

admin_editore06 Mins ReadSettembre 21, 2018
 

Di Adriano Marinensi – Era proprio quello di questi giorni il mese della transumanza. La transumanza che? La domanda dei giovani sarebbe spontanea. Allora, per la risposta, la giriamo al vocabolario: E’ la migrazione stagionale delle greggi dai pascoli di montagna a quelli di pianura. Vale a dire lo spostamento tra “distanti pasture”, come le chiamava il reatino Terenzio Varrone nel suo De re rustica. E Gabriele D’Annunzio scrive: Settembre, andiamo, è tempo di migrare. Ora, in terra d’Abruzzo, i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare. A settembre, in alta quota, quando l’autunno comincia a vestire il bosco con i colori di Van Gogh, le notti si fanno fredde e le condizioni avverse.

E’ una tradizione millenaria la transumanza. E’ stabilito, in alcuni codici d’epoca romana, il privilegio, riservato ai pastori, di libero passaggio con gli armenti lungo i tratturi, ch’erano vie d’erba tracciate dal transito delle mandrie. Tutti in lunga fila e a piedi. Oggi ovviamente non più. Oggi le pecore dalla montagna al mare, di settembre e viceversa a luglio, viaggiano sui camion appositamente attrezzati; quindi sono diventati inutili, lungo gli antichi sentieri, le taverne per i pastori e gli abbeveratoi per gli animali. Ed anche i luoghi, che pure c’erano, destinati al commercio dei prodotti della pastorizia. Oggi, gli ovini – quelli ancora allevati per la carne, il latte e la lana – stanno di stazzo nelle stalle intensive, si nutrono di mangimi industriali e producono con la mungitura automatica.

 
 
 
 
 

Oggi non s’ode più di lontano (ai tempi della mia fanciullezza, ancora sì) il passaggio del bestiame. Le capofila avanti, la campanella sempre sonante appesa al collo, le altre belando appresso, a capo chino. Un procedere lento, un andare senza sosta, brucando dove l’erba offriva fresco nutrimento. I cani, guardiani severi, che non ammettevano pigrizie, salvo qualche naturale ritardo per la pecora zoppa che saltellava su tre zampe per star dietro a quella processione. Sollecitata anche dal pastore con la voce roca e i comandi sempre uguali, munito di bisaccia portata a tracolla insieme al grande ombrello verde e il cappello sdrucito in testa. Era il pecoraio un camminatore tacito e solitario, il volto percosso dal vento impietoso di cima ai poggi. Sulla giogaia, rude è il sole, severa la luna, la natura impervia. Alla buon’ora l’incombenza della mungitura, la lavorazione del latte al tramonto, la tosatura sul far dell’estate.

Sin quando è arrivato lo sviluppo economico e non pochi pastori, come tantissimi contadini delle nostre terre, sono diventati operai in un ambiente di vita parimenti a fatica e sudore, persino insalubre (come, a Terni, l’Acciaieria all’epoca del massiccio inurbamento); però con il guadagno fisso e non lasciato alle intemperie. Poi, i riposi, il vivere non più nel buio dopo il tramonto, ma dentro le luci della città. Che al mandriano non lasciarono più vedere le sue amiche stelle.

Sulle balze del Terminillo, dove soggiorno in tempo d’estate, qualche anno fa, di greggi se ne incontravano più d’uno; il lavoro, seppure fosse un travaglio, probabilmente dava guadagno per via dei derivati della pecora, raminga all’alpeggio, considerati migliori di quelli dell’animale gramo “in batteria”. Sono scomparsi pure l’ultimo gregge e l’ultimo pastore. Con loro, tra non molto, si estingueranno i sapori della pastorizia, fatti prigionieri e manipolati nei grandi caseifici. Stiamo perdendo una “funzione alimentare” importante. Oltre a quella ecologica. E’ provato infatti che un gregge in movimento “arricchisce” il terreno percorso; nei velli si impigliano i semi delle piccole piante e così si determina – ho letto in una rivista tecnica – “una importante diversificazione botanica all’interno degli ecosistemi”. Oltre a ciò, la perdita del pascolare – nell’ultimo mezzo secolo, pare abbia avuto un alto indice persino nelle zone vocate – per me, è smarrimento di tradizioni, cancellazione di tracce civili che appartengono alla vicenda del genere umano. Sono “radici sociali” che inaridiscono, la pastorizia insieme a tanti altri “mestieri” praticati in passato nelle nostre campagne e nei borghi antichi.

Tanti anni orsono, il mio compianto amico Sandro Boccini si armò di macchina fotografica, fece un lungo giro attraverso i campi della Sabina per documentare una negatività, presente anche in Umbria: il fenomeno dei casolari abbandonati. Allestì una mostra e se ne discusse, indicando le conseguenze. Quelle dimore senza vita, sperse in mezzo alle terre non più coltivate, erano e sono il segno degli “effetti collaterali” provocati da un cambio epocale, non sempre positivo, dello stare al mondo dell’uomo. L’homo sapiens (?) che sempre più somiglia al filugello, il quale sale in alto sulla frasca e si tesse attorno il bozzolo di seta e quando ne esce è diventato farfalla. Un cambio di identità destinato, di questo passo, a stravolgere il significato autentico dell’esistenza. Con l’aggiunta molesta dell’intrusione, nei rapporti socio – culturali, dei cosiddetti social (del malcostume etico) che i romani antichi avrebbero chiamato, più propriamente, cloaca massima.

Il casolare classico di campagna era a due piani, la scala all’esterno e spesso la stalla al piano terra per aiutare il riscaldamento del focolare che faceva quel poco che poteva fare. Gli infissi non garantivano la perfetta tenuta, quindi la tramontana la potevi denunciare per violazione di domicilio. La periferia di allora non ha alcuna somiglianza con l’odierna “città verticale”, inventata dagli urbanisti d’assalto, talvolta in combutta con i palazzinari. La città verticale – dicono – è progettata per risparmiare il suolo urbano, così da destinarne gran parte a spazi verdi e servizi collettivi. Teoria mica male. Se non fosse però la pratica realizzata in maniera diversa: i palazzi alti, alti e le superfici attorno consumate a scopo parimenti edilizio. Così si strapazza il territorio e, alla lunga, pure la natura umana. Come la vittoria della separazione sociale nei mostri edilizi. Penso al “serpentone” di Roma, al Portuense, due corpi di fabbricato paralleli, lunghi 960 metri, più un terzo di 253 metri, più le tante abitazioni abusive ricavate negli spazi comuni. Ma, chi te conosce!

La teoria della città verticale, è una mistificazione a danno del cittadino, ormai erede lontano del campagnolo, asfissiato dall’inquinamento e stranito dalle mille cacofonie quotidiane. L’esistenza delle metropoli consumata nell’anonimato di condominio, dove, se muore quello del pianterreno, per la sensibilità dell’altro che abita all’attico, si tratta soltanto di un tizio forse incontrato per caso nell’androne o in ascensore. Buongiorno e buonasera, al massimo della confidenza. Il lutto senza alcuna compassione altrui; manco la pallida somiglianza con il cordoglio condiviso delle piccole comunità, che conservano una dimensione godibile. Allora, la mia, se volete, miserevole riflessione è: siamo sbarcati sulla Luna e – lo sostiene la NASA – presto ci andremo ad abitare. Intanto non sarebbe il caso di dare un’occhiata a come si abita (male) sulla terra?

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