Di Adriano Marinensi – Tra gli accadimenti del mese di marzo, il libro di storia moderna ne annovera due di grande rilievo drammatico. Con due date: 24 marzo 1944, l’eccidio delle Fosse Ardeatine; 16 marzo 1978, il rapimento di Aldo Moro e l’assassinio della scorta. Sono registrate in modo incancellabile e non possono essere dimenticate. Per non scordare, occorre narrare i fatti una, dieci, cento volte, senza tema d’essere ripetitivi. A quelle date sono ancorati eventi umani di enorme rilievo politico. Testimoniano che gli estremismi d’ogni ideologia generano mostri e perpetuano un messaggio che dice – soprattutto alle giovani generazioni – tenete lontano la violenza dalla democrazia, la sola forma di società garante della convivenza sociale, della pace e della libertà. Di pensiero e d’azione.
Dunque, le Fosse Ardeatine. Lungo la strada che da Roma porta ad Ardea, c’è un Mausoleo monumentale, eretto per conservare i corpi ed evitare l’oblio di 355 innocenti assassinati in quel luogo, per ordine e ad opera dei criminali nazisti. Nella sua efferatezza, la barbarie ebbe una causa: l’attentato di Via Rasella, a Roma. Le unità partigiane dei G.A.P. (Gruppi Armati Patriottici) fecero esplodere una bomba al passaggio di un plotone di soldati altoatesini e ne uccisero 33. L’attentato è stato definito “il caso italiano di memoria divisa”, in quanto ha avuto, nel tempo, giudizi contrastanti circa la sua opportunità ed i prevedibili effetti. Fu un atto di guerra? Ebbe incidenza sullo svolgimento della lotta di liberazione? Gesto di coraggio meritevole di encomio?
Verso la fine degli anni ’70 del ‘900, autorevoli personaggi politici misero in parallelo alcuni attentati delle Brigate Rosse con quello dei G.A.P. Molte proteste suscitò, nel 1982, la medaglia al valore concessa ad uno degli organizzatori di Via Rasella. Il confronto dei giudizi è rimasto a livello di incerta opinione. Incontestabili sono restate le conseguenze. Un Hitler furioso, ordinò da Berlino la mostruosa rappresaglia: 10 italiani uccisi per ogni tedesco morto. Dopo l’8 settembre 1943 – giorno della proclamazione dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati, reso possibile dalla caduta del fascismo il 25 luglio con l’approvazione del famoso O. d. g. Grandi da parte del Gran Consiglio e l’arresto di Mussolini – Roma era stata occupata dall’esercito nazista e sottoposta ad un feroce controllo armato. Le carceri erano piene di persone arrestate senza colpa alcuna. A quelle prigioni si fece ricorso per reperire gli italiani da fucilare.
Realizzarono la barbarie il Comandante della Gestapo a Roma, Herbert Kappler (fuggito misteriosamente dall’ospedale Celio il 15 agosto 1977) e il suo aiutante Erich Priebke (morto a 100 anni, sul divano di casa sua, a Roma, nel 2013). Ci aggiunsero pure un errore: sui camion vennero caricati 335 ostaggi anziché 330 e trasportati nel piazzale antistante le vecchie cave di pozzolana lungo la Via Ardeatina. A gruppi di cinque alla volta uccisi in una esecuzione sommaria e nascosti dentro le grotte fatte saltare con la dinamite. Subito dopo la fine della guerra, le salme furono recuperate e sepolte nel grande Sacrario, che oggi rappresenta uno dei luoghi più importanti della memoria, che immortala il sacrificio di quei martiri e documenta gli orrori della guerra.
Nel pieno degli anni di piombo, che insanguinarono l’Italia ad opera degli estremisti di destra e di sinistra, il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro rappresentò il momento più alto del pericolo corso dallo Stato democratico. Le Brigate Rosse vollero colpire, attraverso il suo massimo esponente, la Democrazia Cristiana e il sistema politico da essa rappresentato. Il Presidente D. C. ed il Segretario comunista erano stati gli autori del “compromesso storico” che aveva riavvicinato i due partiti e dato vita al sofferto Governo Andreotti VI. Era finita la cosiddetta convention ad exscludendum che durava dal 1947. Proprio quel 16 marzo 1978, era in programma la presentazione dell’Esecutivo a Montecitorio. Aldo Mori si stava recando all’importante seduta a bordo di una FIAT 130; con lui, in auto, due Agenti della scorta, Domenico Ricci, e Oreste Leonardi. Su una Alfetta bianca altri tre militari Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino. In Via Mario Fani, nel quartiere Trionfale di Roma nord, entra in azione un gruppo di fuoco delle B.R. Uccide tutti gli uomini della scorta e rapisce Moro.
L’inferno in pochi secondi, intorno alle 9. Vengono sparati centinaia di colpi. La notizia arriva quasi subito in Parlamento. E’ il panico, le Istituzioni sono minacciate, perché i terroristi hanno messo a segno un assalto di guerra. Sembrano impazzite pure le telescriventi delle Agenzie di stampa: “Le B.R. hanno rapito Ado Moro. Uccisi i 5 componenti della scorta”. La prima reazione è l’immediato voto di fiducia al Governo, sia alla Camera, sia al Senato. La mobilitazione è generale e viene attivata una poderosa forza di polizia alla ricerca del rapito. Il giorno 18, nella Basilica di S. Lorenzo al Verano, i funerali degli Agenti massacrati. La mamma di Francesco Zizzi, grida tra le lacrime di disperazione: “La pallottola che ti ha ucciso, ha ucciso anche me.” Enorme è la rappresentanza delle Istituzioni di fronte alle 5 bare; il Paese legale, con la sua presenza, vuol dare una prima risposta agli assassini. Eugenio Scalfari scrive: “I guasti morali e politici che il terrorismo e la violenza armata possono produrre vanno molto al di là dei fatti specifici. La stampa deve evitare di offrire ai criminali comode tribune per diffondere il loro odio sociale.” Poi, cominciano i lunghi giorni dell’attesa e la ignobile teoria dei comunicati B.R. Annunciano l’apertura del processo ad Aldo Moro, successivamente la condanna a morte dell’ostaggio.
A Roma, in un appartamento di Via Gradoli c’è una perdita d’acqua; arrivano i pompieri e scoprono un grosso quantitativo di armi. Era un covo dei terroristi, ma di loro e di Moro nessuna traccia. Il comunicato n. 7 informa che Moro è stato ucciso e il corpo gettato nel Lago della Duchessa, sulle montagne tra la Sabina e l’Abruzzo. La ricerca non da alcun esito, perché il documento è falso. I giornali pubblicano la lettera autografa del Papa Paolo VI che è quasi una supplica. Comincia così: “Io scrivo a voi, uomini delle Brigate rosse, restituite alla libertà, alla famiglia, alla vita civile l’on. Aldo Moro”. Un appello di accorata dignità che non verrà ascoltato dai carcerieri. Il comunicato n. 9 annuncia che la sentenza di morte è stata eseguita. Il tragico epilogo il 9 maggio: una telefonata anonima alla Questura avverte che, in Via Caetani, nel centro di Roma, dentro una vecchia Renault rossa, c’è il corpo di Moro. Sul dramma durato 54 giorni, il sipario aveva chiuso l’ultimo atto.
Non ho raccontato qui nulla di nuovo su queste vicende dell’orrore. Lo scopo era soltanto tenere accesa la fiaccola della memoria. Accaddero entrambe nel mese di marzo, durante due momenti tragici per il nostro Paese, la guerra e il terrorismo, ignobili espressioni della bestialità umana.














