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Home » La scia di sangue dietro la “banda della Uno bianca”
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La scia di sangue dietro la “banda della Uno bianca”

admin_editore05 Mins ReadAprile 5, 2018
 

Di Adriano Marinensi – Ha suscitato giuste proteste il permesso di uscire, per qualche giorno, dal carcere, durante le festività pasquali, concesso ad uno dei componenti la cosiddetta “banda della Uno bianca”, che, verso la fine del secolo scorso, imperversò soprattutto in Emilia Romagna. Leggendo la notizia, in molti si saranno chiesto chi fossero questi malfattori e quali gesta delittuose abbiano commesso.

Mi sono informato e posso dare questa sintetica risposta: Fu una organizzazione criminale, operante nel periodo 1987 – 1994, che si rese responsabile di innumerevoli rapine, tutte a mano armata, provocando morti e feriti. Insomma, una combriccola di spietati gangster che – a sentire i parenti delle vittime da loro assassinate – meritano di restare in galera sino alla fine dei giorni. Altro che permessi pasquali! Venne chiamata la “banda della Uno bianca”, perché, in prevalenza, operò servendosi di auto FIAT di quel colore, tipo di utilitaria molto allora presente in circolazione e facile da rubare. A volerli descrivere tutti, i delitti ad essi ascritti, accorrerebbero spazio e tempo. Quindi, occorrerà andare per sommi capi e per esempi.

 
 
 

Intanto i nomi dei protagonisti, associati per delinquere: Roberto, Fabio e Alberto Savi, tre fratelli, nati tra Forlì e Cesena; poi, Marino Occhipinti, Pietro Gugliotta e Luca Vallicelli, accusati, a vario titolo, di quel massacro e tutti finalmente arrestati alla fine del 1994. Hanno una caratteristica comune e alquanto sorprendente: tranne Fabio Savi, sono tutti Agenti di Pubblica sicurezza, con tendenze politiche di estrema destra. Fondatori dello scellerato sodalizio, i fratelli Savi. Facevano i poliziotti di mestiere e, nel tempo libero, i rapinatori. All’inizio del “disegno criminoso”, s’erano specializzati nell’assalto ai caselli autostradali, per poi dedicarsi, con successo e lauti guadagni in contanti, agli istituti bancari, con qualche puntata alle casse dei supermercati.

Avevano il grilletto facile e non esitavano ad usare la violenza omicida contro persone innocenti e spesso inermi. Nei pressi di Bologna, due Agenti fermarono l’auto dei Savi per un normale controllo e loro li ammazzarono. Un cittadino, durante la rapina ad un Ufficio postale, ebbe l’ardire di annotare la targa della macchina e quel gesto di responsabilità civile gli costò la vita. Ugualmente accadde ad un testimone oculare di un’altra rapina e ad un ragazzo poco più che ventenne, colpevole soltanto di aver assistito ad un cambio d’auto, al termine di una delle tante ruberie: Venne portato in campagna e “fucilato”. Presero d’assalto pure un accampamento di zingari ed emarginati d’ogni genere, conviventi con la miseria e il pattume accumulato nel tempo e mai rimosso: due morti. Anno record il 1987: 12 rapine ai caselli autostradali.

Si andò avanti così per anni, con azioni che sanno di guerriglia urbana e persone eliminate senza scrupolo. Sino alla “strage del Pilastro” (4 gennaio 1991), costata la vita a tre carabinieri, durante un conflitto a fuoco. Il Pilastro era un “quartiere a rischio” della periferia di Bologna. Per quell’efferato crimine finirono in carcere due malavitosi residenti in zona, ma non c’entravano nulla. Morirono rappresentanti dell’Arma in servizio e pure qualcuno in pensione, come l’ex Agente ucciso in un’armeria, insieme alla titolare del negozio. E il benzinaio, padre di poliziotto. Insomma, la strada della banda è segnata da un buon numero di croci e di vittime, qualcuna eliminata persino per motivi razzisti: i due senegalesi eliminati in quanto africani. Il 1992 fu l’anno senza morti, però con 5 rapine, 4 in banca ed una al supermercato. Il record lo fecero registrare nel 1994: 9 banche assaltate.

Dopo tanti anni trascorsi e tanti delitti commessi, senza alcun colpevole, parve utile stringere il cerchio. Lo richiedeva con insistenza l’opinione pubblica e l’immagine del potere inquirente dello Stato. Certo, che i feroci stragisti fossero tra gli stessi che davano loro la caccia, non era venuto in mente a nessuno. A nessuno, meno che a due 007 della Questura di Rimini che è doveroso citare: l’Ispettore Luciano Baglioni e il Sovrintendente Pietro Costanza. Pensarono che forse l’abilità dei malviventi nel realizzare le imprese, potesse derivare dalla conoscenza delle tecniche in uso alle Forze dell’ordine. L’abilità nell’uso delle armi, la destrezza nella fuga e nell’evitare i posti di blocco, la possibilità di carpire notizie sul corso delle indagini, finirono per destare qualche sospetto. Fu l’idea vincente. Baglioni e Costanza, durante l’appostamento dinnanzi al un istituto bancario, sorpresero Fabio Savi intento a perlustrare il territorio. Mettendo poi insieme i tasselli del “romanzo criminale”, trovarono il bandolo della matassa. Nel novembre 1994, i terribili sei della “Uno bianca” furono tratti in arresto. Poi, la giustizia fece il suo corso a colpi di ergastolo. Fine pena mai per i tre fratelli Savi e Massimo Occhipinti, anni 18 di reclusione per Pietro Gugliotta e il minimo della pena per Luca Vallicelli.

Sull’intera vicenda sono rimasti alcuni coni d’ombra. E soprattutto il giudizio totalmente negativo sul modo di condurre l’inchiesta, diverse volte attardata nell’inseguire piste fantasiose. Mentre venne poi dimostrata l’inesistenza di scenari misteriosi, di manovratori occulti oppure la correità con la criminalità di stampo mafioso oppure l’aggancio ad organizzazioni eversive ed ai servizi segreti deviati. Nulla di tutto questo, soltanto un gioco infame, realizzato da un gruppo di belve feroci, capaci di usare impunemente la violenza e il fanatismo, a semplici fini di lucro. Una orrenda connessione di imprese selvagge che hanno iscritto la “banda della Uno bianca” negli annali del peggior crimine. Senza meritare, neppure a distanza di tempo, clemenza alcuna. Tantomeno il perdono dei parenti dei tanti morti da loro ammazzati.

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