di Adriano Marinensi -Vent’anni fa, di novembre, il 25, moriva a Terni Filippo Micheli, uno degli uomini politici umbri protagonista, per mezzo secolo, della storia regionale. Eletto Deputato al Parlamento nel 1948, vi è rimasto sino al 1994; nella D.C.,
ha ricoperto il delicato incarico di Segretario nazionale amministrativo (dal 1969 al 1981). Era uno dei caposaldi nella difesa degli interessi delle comunità locali ed uno dei “campioni delle preferenze” nel Collegio umbro – sabino. Nel 1953, la D. C. mise a capolista Attilio Piccioni ch’era Vice Presidente del Consiglio dei Ministri e Micheli lo superò di 10.000 voti.
Nella prefazione del libro di Mario Roych, intitolato “Filippo Micheli, promotore del Piano umbro”, (Edizioni Thyrus), Mario Santi ha scritto: “Si radicò nella realtà sociale della regione. Con qualche sacrificio personale, si recava nelle più diverse località della Circoscrizione elettorale, raccogliendo le richieste, conoscendo i problemi, dando il suo apporto alla soluzione delle questioni dei singoli e della comunità, avvicinando la politica alla gente”. Aggiunge lo storico Pompeo De Angelis in L’isola senza mare : “Gli elettori lo conoscevano personalmente in ogni paese, anche nei più piccoli e irraggiungibili”. E ancora Roich : “Teneva rapporti con le forze vitali presenti in Umbria, spaziando dagli imprenditori al mondo sindacale e dei coltivatori diretti”.
Perché, per Micheli, la politica era una missione da realizzare stando in continuo e diretto contatto con i cittadini, senza intermediazioni. La sua popolarità derivava anche da questo impegno quasi quotidiano, di amico e garante, soprattutto delle classi più deboli, guidato da una profonda fede religiosa. Si era nel tempo, durante il quale (il periodo della ricostruzione post bellica e, più avanti, gli anni ’60 e ’70), soprattutto i giovani, si sentivano animati da passione per la politica, nobilitata dal largo consenso popolare. Micheli veniva dal popolo e in mezzo al popolo si trovava a suo agio. Spesso, nei piccoli borghi, per la partita a carte. Ha sempre cercato la solidarietà sui valori della vera democrazia, fatta di libertà e di responsabilità, di diritti e di doveri, il confronto democratico che costruisce e rifiuta il contrasto ideologico fine a se stesso.
Il Centro studi “Vanoni”, da lui fondato, lo ha voluto ricordare con una iniziativa alla quale hanno preso parte il Sottosegretario al Ministero dell’Interno Giampiero Bocci, Il Presidente dell’A. U. R. Claudio Carnieri, il dr. Mario Roich che fu a fianco di Micheli nell’esperienza del Piano di sviluppo. Ha coordinato il dibattito, il Presidente del Centro studi Vincenzo Micheli. Carnieri ha riassunto con efficacia la storia dell’epoca di Micheli e le varie tappe, dal dopoguerra al primo regionalismo. Il regionalismo della speranza, poi tradito – a parere di Bocci – e trasformato in una mezza sconfitta per il nostro Paese. Roych, sulle tracce del suo libro, si è soffermato sul metodo democratico seguito da Micheli e dagli altri promotori (tra i tanti, Fiorelli, Maschiella, Pasquini, Garnero, Fogu) nella costruzione del Piano che dette luogo ad una larga partecipazione istituzionale e popolare.
In quell’Umbria ancora segnata dalle ferite del conflitto e più avanti negli anni della ripresa, Micheli fu un punto di riferimento e di certezza, oltre che un uomo coerente, moderno (Bocci) e artefice della scelta repubblicana della D.C. dell’Umbria (Carnieri). Un pensiero, proveniente dal mondo del sapere, lo ha espresso Giovanni Paciullo, Rettore dell’Università per stranieri. Fu anche lui esponente di spicco della D.C. e guardò con attenzione ai Centri studi Mattei e Vanoni che – ha precisato – non sono stati l’ufficio di segreteria del Deputato, ma strumenti di presenza democratica e culturale. Dalla platea, la testimonianza di Paola Gualfetti che ha voluto ricordare la resistenza al lavoro di Micheli, aggiungendo qualche nostalgia per i valori che furono alla base del progetto sociale della D.C. Durante la messa in S. Francesco, il Vescovo emerito della Diocesi dell’Aquila Giuseppe Molinari, ha definito Micheli un operatore di pace che ha onorato i principi morali della dottrina cristiana.
Un tempo ormai lontano, quello del Piano, però – è stato ricordato – il contenuto progettuale della proposta e l’itinerario seguito per costruirla si imposero all’attenzione nazionale. In quella occasione si riuscì ad unire le forze politiche e sociali, le istituzioni, il sindacato nel Comitato regionale, presieduto da Micheli e affiancato da un Comitato scientifico di prim’ordine, guidato dall’economista Siro Lombardini. Il Piano – secondo l’atto costitutivo – si proponeva di “promuovere indagini e studi sulla situazione economica e sociale dell’Umbria e sulle sue possibilità di sviluppo”. Una indicazione tecnico – politica di alto livello che dette origine al progetto articolato e complesso, purtroppo poi finito in un cassetto, come scrisse più tardi Filippo Micheli. Il quale, riuscì a mettere insieme le principali componenti attive della società regionale, prescindendo dal pensiero ideologico e dall’appartenenza partitica.
Questo fu uno degli aspetti innovatori che decretarono il successo dell’iniziativa ed un esempio di come il Parlamentare umbro anteponeva gli interessi popolari a qualsiasi convenienza di schieramento. Ho ascoltato quanto è stato detto nel corso del dibattito al Teatro don Bosco e mi sono tornate alla mente le tante qualità di Micheli che ho avuto modo di conoscere direttamente quando ho lavorato, al suo fianco, insieme al “capofila” Sandro Boccini, a tanti giovani di allora espressioni dell’intera società civile, ai dirigenti della D.C. (per esempio, Mariotti, Malvetani, Piccioni), ai Professori universitari, giovani pure loro e poi docenti affermati (per esempio Grasselli, Cavazzoni, Sediari). C’era, in Umbria, un fervore di iniziative tese alla costruzione di un modello nuovo di azione politica, con al centro alcuni “motori” quali la partecipazione, l’informazione, la promozione culturale. E questi “motori” servirono per avviare una “operazione a catena” che riuscì a coinvolgere utilmente diverse componenti della società regionale. Eravamo convinti fosse la strada del domani. Lungo quella strada Micheli ci spinse a camminare.
























