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Home » I detenuti stranieri ci costano un miliardo di euro all’anno
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I detenuti stranieri ci costano un miliardo di euro all’anno

admin05 Mins ReadNovembre 21, 2019
 

di Francesco Castellini – Il trenta per cento dei detenuti ospitati nelle carceri italiane è straniero. Per mantenerli, dato un costo per singolo individuo pari a 131,39 euro al giorno, fatti i dovuti calcoli, significa far uscire dalle casse dello Stato circa un miliardo all’anno solo per questa voce di bilancio. Che potrebbe essere risparmiata, o comunque notevolmente ridotta, se solo si desse vita ad un regolare piano di rientro attraverso il cosiddetto rimpatrio. Un obiettivo annunciato e al quale sta lavorando da tempo il Viminale, ma senza ancora riuscire ad ottenere risultato alcuno.Anzi, se poi si va a vedere la questione nel suo complesso, per il sistema carcerario lo Stato ha deciso da tempo di tenere ben stretti i cordoni della borsa. Non a caso si è in presenza di una situazione degenerata.
Il rapporto “Numeri e criticità delle carceri italiane nell’estate 2019” di Antigone, mette in evidenza il problema del sovraffollamento, che sfiora il 120%, il più alto nell’area dell’Unione Europea.
Basti ricordare che in Italia, a fronte di una capienza regolamentare prevista per 50.472 detenuti, gli istituiti penitenziari ne ospitano 60.881. Di questi, appunto, 20.225 sono stranieri.
Tanto che da Antigone parte l’avvertimento: “qualora dovesse essere rispettata tale progressione nel giro di quattro anni ci troveremmo nella stessa situazione che produsse la condanna da parte della Corte Europea dei Diritti Umani nel 2013”.
In effetti i dati del Ministero della Giustizia, aggiornati al 30 settembre di quest’anno, mostrano una situazione ormai giunta al collasso.
Spazi sempre più ristretti, condizioni di vita precarie dietro le sbarre, dove spesso mancano acqua calda e riscaldamento. Scarseggiano gli spazi verdi dove incontrare figli e parenti.E, in condizioni del genere, i detenuti spesso si ammalano, anche gravemente, o arrivano ad uccidersi, ad automutilarsi, ad infliggere violenze inaudite a chi gli sta accanto. L’anno scorso sarebbe stato record di suicidi, con 65 persone che si sono tolte la vita.
Dei 94 detenuti morti nei primi sei mesi del 2019, i suicidi sono stati 26. E in alcune carceri si muore più che in altre.
Ma a risentire della situazione non sono solamente i carcerati, il malessere si registra anche tra gli agenti penitenziari.
Mancano dirigenti, poliziotti, assistenti sociali. Il sistema carceri oggi in Italia è caratterizzato da una complessiva carenza di personale.A rendere più difficile la situazione ci pensano i tagli al bilancio, che falcidiano senza tanti scrupoli i fondi destinati al mantenimento, all’assistenza, alla rieducazione e al trasporto detenuti.
E che dire poi del fatto che è diventato sempre più difficile assicurare un servizio di assistenza sanitaria adeguato.
Franco Alberti, coordinatore nazionale di Fimmg Medicina Penitenziaria, non risparmia critiche: “Si sta assistendo – sottolinea – a una fuga dei vecchi medici, sostituiti da colleghi che non sono preparati ad affrontare questo lavoro, e tra l’altro sottopagati, i quali appena possono scappano perché non vedono un futuro”.
Tutte carenze gravi che si fanno sentire e che vanno a ripercuotersi sul personale lasciato sempre più solo.La cronaca registra ancora violenze ai danni dei poliziotti addetti al controllo dei detenuti.
Nel carcere di Capanne un assistente capo di polizia penitenziaria è stato sequestrato e tenuto in ostaggio per mezz’ora con una lametta al collo da due detenuti extracomunitari presso il reparto penale.
La notizia è stata diffusa dal Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) che ha parlato di “fatto gravissimo” e ha sollecitato il Ministero della Giustizia ad intervenire con fermezza.
  Fabrizio Bonino, segretario nazionale per l’Umbria, interviene con queste parole: «Inutile evidenziare che questo ennesimo episodio di violenza ed aggressione nei confronti del personale non sono altro che le risultanze di quello che il Sappe ha denunciato da tempo, ossia una inesistente sicurezza sui posti di servizio detentivo ove i detenuti ormai la fanno da padrone. Infatti a nulla sono valse sino ad oggi le nostre denunce e le nostre azioni dirette alla nostra Amministrazione ed ad altre autorità e per questo è necessario che si provveda un immediato cambio circa la gestione delle carceri italiane, evidentemente troppo sproporzionata a danno della sicurezza interna».
   «Ancora una volta siamo costretti a dare notizia dell’ennesimo atto di violenza – continua Bonino – in una realtà dove l’emergenza è all’ordine del giorno e in cui il sistema regge ancora grazie al sacrificio e alla abnegazione delle donne e degli uomini in divisa della Polizia Penitenziaria».
Solidarietà alla Polizia Penitenziaria di Capanne a Perugia è arrivata anche da Donato Capece, segretario generale del Sappe, che partendo da questo gravissimo episodio ha voluto evidenziare la tensione nelle carceri del Paese: «Serve subito un tavolo di confronto sulle criticità penitenziarie al Ministero della Giustizia. Non è ammissibile tutto quel che sta accadendo. La situazione nelle carceri si è notevolmente aggravata rispetto agli anni precedenti. I numeri riferiti agli eventi critici avvenuti tra le sbarre nel primo semestre del 2019 sono inquietanti: 5.205 atti di autolesionismo, 683 tentati suicidi, 4.389 colluttazioni, 569 ferimenti, 2 tentati omicidi. I decessi per cause naturali sono stati 49 ed i suicidi 22. Le evasioni sono state 5 da istituto, 23 da permessi premio, 6 da lavoro all’esterno, 10 da semilibertà, 18 da licenze concesse a internati. E la cosa grave è che questi numeri si sono concretizzati proprio quando sempre più carceri hanno introdotto la vigilanza dinamica ed il regime penitenziario “aperto”, ossia con i detenuti più ore al giorno liberi di girare per le Sezioni detentive con controlli sporadici ed occasionali della Polizia Penitenziaria».
«Tutto questo non è più accettabile», conclude il Sappe. «Attiviamo subito un tavolo di confronto al Ministero della Giustizia perché si trovino adeguate strategie di contrasto a questi continui eventi critici e, soprattutto, adeguate risposte in termini di fermezza verso chi li commette, anche riaprendo (se fosse il caso) le carceri di Pianosa e dell’Asinara».

 
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