di AMAR – I punti estremi dell’Unione Sovietica distavano, tra loro, 9.000 km: perciò, lo chiamarono un popolo lungo un’eternità. Molte le zone desolate, climaticamente ostiche e impraticabili. L’impero era formato da 15 nazioni per un totale di 300 milioni di abitanti, su 22 milioni di km quadrati. Per fissare i punti cardinali sulla carta geografica, è utile l’elenco: sono, in ordine alfabetico, Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazakistan, Kirghizia, Lettonia, Lituania, Moldavia, Russia, Tagikistan, Turkmenistan, Ucraina e Uzbekistan. Tutti – europei ed asiatici – sotto le insegne della falce e martello. Si aggiunsero poi i cosiddetti Stati a sovranità limitata: Polonia. Ungheria, Cecoslovacchia, Bulgaria, Romania, Germania Est.
Storie diverse, culture diverse, lingue di differente alfabeto, però politicamente governate dall’ “ultimo imperatore”, Giuseppe Stalin; e dalla nomenclatura comunista di Mosca. Il “pluralismo religioso” andava dal cristiano – ortodosso, al cattolico, al luterano, al musulmano sciita e sunnita. Largamente diffuso e prevalente, il cirillico. Il russo era invece la lingua della PRAVDA, l’organo ufficiale del regime sovietico che informava da Mosca quando e come stabiliva il Partito.
L’economia era strutturata su un sistema a prevalente proprietà statale, organizzata attraverso i piani quinquennali di sviluppo. Aveva alla base le grandi risorse petrolifere, la collettivizzazione dell’agricoltura e lo sviluppo dell’industria pesante. Ad affiancare questa forma economica pianificata, c’era un efficiente apparato poliziesco ed una struttura di potere totalizzante, oltre all’esercito sotto le insegne dell’Armata rossa. Con un grosso arsenale di armamenti a disposizione, prima convenzionali, successivamente nucleari.
La maggioranza dei Paesi è entrata nell’URSS durante gli anni ’20 e ’30 del ‘900 e, più tardi, nel 1940. L’URSS è nata dalla Rivoluzione d’ottobre. I moti rivoluzionari costrinsero lo Zar Nicola II, sul trono dal 1894, ad abdicare a favore del fratello Michele, il quale rinunciò al trono, decretando così l’estinzione della dinastia dei Romanov. Ed anche della famiglia di Nicola, sterminata il 17 luglio 1918, nell’eccidio di Ekaterinburg. La tradizione russa lo ha successivamente riconosciuto “Nicola il Santo, grande portatore della passione”.
Morto un imperatore – come si suol dire per il Papa – se ne fa un altro: Iosif Vissarionovic Dzugasvili, un nome impossibile, tradotto in Stalin. Salì su quello diventato il suo posto dominante, nel 1922, e ci rimase sino al 1953, l’anno della morte. Una scomparsa celebrata con profondo cordoglio pure in Italia dai tanti devoti “ammiratori” rossi, con manifesti e manifestazioni lacrimevoli: se n’era andato il “piccolo padre” di tutti loro. Che sbandarono paurosamente quando, nel 1956, al termine del XX Congresso del PCUS, si venne a sapere, per bocca del successore Nikita Kruscev, della malefatte, delle violenze, degli assassini che avevano contrassegnato la ferocia dello stalinismo. Gli oppositori finiti nei gulag e, peggio ancora, nelle purghe staliniane che eliminarono pure molti membri dell’apparato politico e militare.
Dopo Chruscev, ci furono Leonid Breznev, Jurji Andropov, Kostantin Cernenko e infine Michail Gorbacev; le sue dimissioni indussero il Soviet Supremo a sciogliere l’Unione Sovietica, nel dicembre 1991. Nel giorno di Natale, la bandiera rossa, che per tanti anni aveva sventolato sopra il Cremlino, venne ammainata. Era finita un’epoca storica di grande impatto nelle vicende mondiali del XX secolo. I poteri passarono a Boris El’cin e nacque la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), formata da Russia, Ucraina e Bielorussia. Gli altri Paesi dichiararono, in tempi diversi, la loro autonomia. Proprio Gorbacev, a partire dal 1985, aveva dato inizio ad una serie di riforme, riassunte nei termini, divenuti famosi, di glasnost (trasparenza) e perestrojka (riforma socio – economica). Da qualche tempo erano affiorate spinte indipendentiste. Nel biennio 1990 – 91, la gran parte degli Stati dell’Unione si riprese la propria autonomia. Per primi, i Paesi Baltici (Lituania, Estonia e Lettonia) che l’avevano persa nel 1940 a seguito dei patti firmati, nel 1939, tra Molotov e Ribbentrop.
E’ rimasta strategica la Russia con i suoi 17 milioni di km quadrati, i quasi 150 milioni di abitanti, l’enorme potere economico e pure il suo arsenale nucleare. Non c’è più il comunismo ortodosso e arcigno: una nuova epoca si è aperta, con qualche (almeno apparente) segno di democrazia nell’organizzazione istituzionale e sociale, oltre che nei rapporti internazionali. Rimossa la cortina di ferro – linguisticamente inventata da Winston Churchill durante il famoso discorso di Fulton, nel Missouri – la Russia oggi è uno dei Paesi protagonisti degli equilibri mondiali. Seppure con qualche retaggio ideologico della sua vicenda politica del XX secolo.




