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Home » E che sei Torlonia! Si diceva una volta a Roma
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E che sei Torlonia! Si diceva una volta a Roma

admin06 Mins ReadNovembre 27, 2018
 

di AMAR – Due note famiglie romane, nei giorni scorsi, sono state contemporaneamente, a pagine intere, sulla cronaca, seppure a diverso titolo: i Torlonia e i Casamonica. Dice: Vista la abissale distanza nella scala dei valori sociali, che ci azzeccano i Torlonia con i Casamonica? Un giochino tra patrizi e plebei, con i secondi molto plebei. Quindi, niente o quasi. Se non fosse per il cospicuo patrimonio economico. Certo, quello dei Torlonia è esagerato, quasi imbarazzante. C’è chi ha scritto “di esorbitante valore”, cioè che travalica ogni limite. Ora la giustizia è stata chiamata a valutarlo ed a spartirlo fra gli eredi del secondo Alessandro, morto di recente. Una prosperosità sulla quale non tramonta mai il sole. Che, leggendo la storia, nessuno dei membri, presenti e passati, della casata ha guadagnato lavorando, per esempio, all’Acciaieria di Terni.

Il primo Alessandro, vissuto nel secolo XIX (1800 – 1886) è quello del “o Torlonia asciuga il Fucino o il Fucino asciuga Torlonia”. Erano gli anni ’50 dell’800 e, da secoli, un lago occupava l’ enorme territorio facente parte dell’Abruzzo, un bacino contornato dai gruppi montuosi Sirente – Velino e della Marsica. Vi gravitavano una decina di comuni tra i quali i più noti: Avezzano, Gioia dei Marsi, Celano, Pescina, Luco e S. Benedetto dei Marsi. Perché il popolo dei Marsi, in tempi assai remoti, si era insediato da quelle parti. Ad ascoltare i geologi, il Fucino era “una fossa tettonica a fondo piatto, di oltre 150 chilometri quadrati” che raccoglieva le acque dei rilievi attorno ed, essendo privo di emissario, ne regolava l’altezza attraverso degli inghiottitoi carsici. Per estensione, il terzo lago d’Italia, di forma ovale, 19 km l’asse maggiore. Ci aveva messo gli occhi, persino Giulio Cesare che voleva recuperare quelle terre all’agricoltura. Tacito parla anche del prosciugamento tentato dall’Imperatore Claudio, impiegando – aggiunge Svetonio – 30.000 uomini.

 

Per non farla troppo lunga, ora facciamo un salto in avanti. Quando la Anonima Società Regia Napoletana chiese al Re Ferdinando II di Borbone l’autorizzazione ad “aggredire” nuovamente il Fucino. Nella società entrò anche il primo Alessandro Torlonia, già titolare di ingente pecunia. Rimase presto unico azionista e decise di affrontare da solo l’impresa da sport estremo. In palio, c’erano terreni coltivabili per migliaia di ettari da assumere in proprietà. Mise in piedi una organizzazione dei lavori maestosa, con migliaia di operai e ingenti risorse finanziarie. Ad opera compiuta, Ignazio Silone, nel suo “Fontamara”, scriverà: “In capo a tutti c’è Dio. Questo ognuno lo sa. Poi viene il Principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del Principe. Poi i cani delle guardie del Principe. Poi vengono i cafoni. E, si può dire, ch’ è finito.”

Dunque, questo Alessandro era – a parere di Silone – “il padrone della terra”. Meglio delle immense terre conquistate a costo di rimetterci l’osso del collo. Si dovette drenare l’ immensa massa d’acqua, con l’impiego – affermano gli studiosi dell’operazione Fucino – di circa 400.000 lavoratori. Alla fine della fiera, Alessandro si prese il titolo di Principe del Fucino, conferitogli da Vittorio Emanuele II, insieme a 500 poderi di 25 ettari ciascuno. Per lavorarli, in tanti vennero dalle Marche e dalla Romagna e un gran numero di pescatori del lago che non c’era più, diventarono contadini. L’Enciclopedia Treccani ci informa che per prosciugare il lago furono necessarie opere di bonifica (iniziate nel 1850) eccezionali: “in totale 272 km di strade, 100 di canali principali, 681 di canali secondari e fossati”. E attorno al bacino una carrozzabile di 52 km.

Il prestigioso titolo concessogli dal Re, Alessandro lo mise insieme agli altri che già nobilitavano i Torlonia: Principi di Civitella Cesi e di Canino, Duchi di Ceri, di Poli e Guadagnolo, Marchesi di Roccasecca. Il tutto corredato da ricchezze accumulate dal capostipite, tale Marin Torlonias, in avanti. Giovanni Raimondo, ormai italianizzato, Torlonia si ingegnò nel realizzare affari sostanziosi con i francesi della Roma papalina e prestando tanti baiocchi (c’è chi sostiene “a strozzo”) in soccorso dei signorotti capitolini. Si imparentarono, non certo per creare ONLUS, con i Borghese, gli Orsini e i Colonna. Ad un certo punto, investirono risorse in opere d’arte di valore storico, allestendo quello che fu il Museo Torlonia di Via della Lungara, successivamente ed ancora oggi, opere al centro di una trattativa con lo Stato italiano per l’esposizione al pubblico. Fu una bella scalata all’eldorado attraverso un continuo ammucchia, ammucchia. Tanto che nella vecchia Roma, in presenza di agiate ostentazioni, s’usava dire: E che sei Torlonia?

Durante il ventennio, un po’ di notorietà e prestigio venne alla casata da una delle Ville Torlonia di Roma dove andarono a stare di casa Benito Mussolini e famiglia. Loro in un’ala, i proprietari in quella a fianco. Ovviamente, all’interno, per il “grande capo”, sale, saloni, saloncini, tutta roba di lusso e relative comodità. All’esterno, il galoppatoio per Benito, l’orto e il pollaio per donna Rachele, romagnola ruspante, il parco giochi per i figli. Tra le “camicette nere”, girava voce che il compenso simbolico per la locazione fosse di una lira l’anno.

Quando venne la guerra, si pose il problema della sicurezza: la persona del Capo del Governo andava tutelata. In poco tempo e sempre per creare maggiori condizioni di garanzia, sotto e attorno a Villa Torlonia, furono costruiti: un ricovero cantina, subito sostituito dal rifugio al piano seminterrato e infine un bunker in cemento armato a prova di qualsiasi bomba. La struttura blindata richiese uno scavo profondo con gallerie e ambienti attrezzati per particolari evenienze. Oggi è aperto alle visite guidate al pari dell’altro esistente, sempre a Roma, a Villa Ada, che fu residenza della corte di Vittorio Emanuele III. Le cronache recenti ci dicono che il bunker del Re, lasciato in stato di abbandono per diversi anni, lo strano mondo di lucifero lo aveva trasformato in una sorta di antro del diavolo, dentro il quale pare si siano svolti riti satanici, messe nere ed altre pratiche innominabili. La nemesi storica ha colpito Re Sciaboletta pure in questo suo simbolo.

Per completare il presente (leggero) racconto, ancorato a fatti quotidiani, mi mancava la risposta ad una domanda. Questa: Visto lo “spessore” inusitato dei beni appartenenti ai Torlonia, che soltanto con i marmi preziosi costituisce la collezione più grande al mondo, accompagnata da ville, quadri, suppellettili, gioielli, giardini, terreni, varia e consistente finanza (la Banca del Fucino appartiene a loro); come faranno – mi sono chiesto – gli incaricati del Tribunale a definire l’asse ereditario per arrivare ad una equa divisione tra gli aventi diritto? La risposta è stata: Boooh!

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