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Home » Dal Populismo al buon Governo. Restituire dignità alla politica
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Dal Populismo al buon Governo. Restituire dignità alla politica

admin_editore07 Mins ReadMarzo 31, 2017
 

Di on. Marina Sereni – Nei giorni scorsi ho avuto l’opportunità di partecipare ad una riflessione molto stimolante promossa, tramite AReS, dal collega Pierpaolo Baretta. “Dal populismo al buon governo. Restituire dignità alla politica “: questo il tema che abbiamo cercato di approfondire con il professor Paolo Feltrin, docente all’Università di Trieste, Ernst Hillebrand, direttore della Fondazione Ebert Stiftung, Gianluca Comin, fondatore di Comin & partners, padre Luciano Occhetta, scrittore di Civiltà Cattolica, ottimamente coordinati dal giornalista Pietro Del Soldà.

Ho incentrato il mio contributo su questi punti che richiamo, sperando possano interessare i destinatari della newsletter. Concluderò con una brevissima riflessione sul congresso del Pd. ** Il populismo cambia la dialettica politica tradizionale, irrompe e rompe la classica competizione destra/sinistra, conservatori/progressisti. La sinistra non può – in modo consolatorio – considerare il populismo come espressione della destra perché esso è trasversale ed è penetrato in profondità nei gruppi sociali e tra gli elettori che un tempo si consideravano a sinistra. **Stiamo parlando di un fenomeno non soltanto italiano o europeo, come hanno dimostrato le primarie e poi le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.** Il professor Feltrin ha giustamente sottolineato come il populismo non sia un fenomeno nuovo e come esso nasca, ciclicamente, da una degenerazione in senso oligarchico della democrazia, da un malfunzionamento della democrazia. Verissimo. In questo momento però credo ci siano degli elementi nuovi, inediti, alla base del malessere e della disaffezione che i cittadini manifestano verso la politica praticamente in tutte le democrazie moderne. Mi riferisco da un lato alla dimensione della globalizzazione – dell’economia, della finanza, della comunicazione – a fronte di un’evidente debolezza e fragilità delle istituzioni sovranazionali (quelle europee ma anche il sistema Nazioni Unite e di Bretton Woods) e, dall’altro, alla rapidità del progresso tecnologico che comporta impetuose trasformazioni nel lavoro, nell’impresa, nella società. Entrambi questi elementi fanno sì che la politica e le istituzioni – nazionali – perdano presa sulla realtà, abbiano minore capacità di incidere e di cambiare i processi che toccano la vita dei cittadini. In fondo, quando agli inizi degli anni 2000 i movimenti altermondialisti si incontravano a Porto Alegre, reclamando un protagonismo dei popoli e una nuova governance sulle dinamiche della globalizzazione, coglievano prima e più delle famiglie politiche tradizionali i rischi di un indebolimento della politica e della democrazia rappresentativa. In questo quadro la crisi che ha colpito tutte le economie avanzate e l’entrata sulla scena di un soggetto non statuale come il terrorismo di matrice islamica hanno fatto il resto, accentuando enormemente tra i cittadini – in particolare nei ceti medi impoveriti e tra i meno garantiti – le ragioni di insicurezza e di paura delle quali il populismo si alimenta. ** Può stupire, ma in fondo non più di tanto,. che per alcune formazioni populiste, tra cui in Italia il M5S e la Lega, più che le imperfette istituzioni democratiche in cui si misurano appaiano preferibili regimi come quello della Russia di Putin (o del Venezuela di Maduro…)

 
 

Come si risponde al populismo? Certo non negano che per acune formazioni populiste tra cui in Italia il M5S e la Lega, più che le imperfette istituzioni democratiche in cui si misurano appaiano preferibili regimi come quello della Russia di Putin (o del Venezuela di Maduro…)

Come si risponde al populismo? Certo non negando i problemi da cui esso origina. Propongo due terreni di ricerca che dovrebbero interessare tutte le forze progressiste e responsabili:

  • Il primo riguarda i contenuti dell’azione politica, il buon governo. Se lo scenario sta cambiando così impetuosamente, se la crescita e l’innovazione tecnologica possono distruggere oltre che creare posti di lavoro, se il benessere non si potrà più misurare in aumento indefinito della ricchezza materiale, se le diseguaglianze crescono e mutano allora dobbiamo ridefinire dalle fondamenta il sistema di protezione sociale e dobbiamo proporre un nuovo paradigma dello sviluppo. Meno possesso e più condivisione; meno individualismo e più comunità: questi sono a mio avviso i pilastri di un’innovazione necessaria a sinistra. Potrebbe parlare ai giovani che oggi, non solo per ragioni economiche, magari usano la BlaBlaCar o sperimentano forme di convivenza piuttosto che puntare a comprarsi la macchina o la casa… In questa legislatura abbiamo fatto tantissime cose “buone” che vanno in questa direzione: Terzo Settore, Finanza Etica, Dopo di Noi, Spreco alimentare, Autismo , Agricoltura sociale, Lotta alla Povertà … E’ mancata però una visione unitaria, un filo robusto che unisse tutti questi “pezzi” in un discorso pubblico comprensibile, in una “narrazione” convincente.
  • Il secondo terreno riguarda la qualità della nostra democrazia. Dobbiamo introdurre cambiamenti “verso l’alto” e “verso il basso”. Verso l’alto, soprattutto guardando all’Europa. La dichiarazione sottoscritta a Roma dai 27 Stati membri in occasione del 60esimo anniversario dei Trattati è un compromesso certo, ma intanto c’è (e non era scontato) e da lì dobbiamo ripartire. È più facile spiegare ai nostri concittadini che è un bene cedere sovranità verso l’alto, verso l’Unione Europea, se lì c’è una cosa che funziona, che può decidere e che può ascoltare le istanze delle nostre comunità. E verso il basso: legge sui partiti, regolamentazione dei “portatori di interesse”, nuovi strumenti di partecipazione dei cittadini. La democrazia rappresentativa ha bisogno di recuperare canali di comunicazione e di dialogo con la società. I partiti di massa del ‘900 (e le connesse organizzazioni sociali di massa) non torneranno più, abbiamo bisogno di nuove forme e nuovi strumenti. Il populismo punta sulla disintermediazione, sul rapporto diretto popolo/leader. Noi dobbiamo tornare tra le persone ma sapendo che tra interessi e spinte diverse, a volte confliggenti, spetta alla politica cercare una mediazione e una sintesi. Per questo i partiti – rinnovati – sono necessari. Poi sappiamo che i cittadini, gli interessi, i soggetti che si muovono nella società vogliono poter interloquire con le istituzioni anche al di là dei partiti. Ecco perché credo che sia necessaria una legge sulle lobby: abbiamo una norma che introduce il reato di traffico di influenza illecito ma allora dobbiamo anche riconoscere e regolamentare chi cerca di influenzare i decisori politici in modo lecito e trasparente. Se non ci fosse stata “Alleanza contro la Povertà” forse la Legge delega sul Reddito di Inserimento Sociale non si sarebbe approvata! E poi dobbiamo inventare nuovi strumenti di partecipazione diretta che possono trovare nelle potenzialità della rete un enorme campo per sperimentare.

È stata una discussione particolarmente interessante, su un argomento cruciale, tra persone che osservano e vivono la scena politica in modi e con ruoli assai differenti. A dimostrazione del fatto che la politica ha bisogno di aprirsi a competenze e contributi anche esterni se vogliamo “restituirle dignità”.

E arrivo al brevissimo post scriptum sul Congresso: si stanno svolgendo le convenzioni dei circoli nelle quali gli iscritti scelgono il candidato che preferiscono. Pur in un quadro difficile si tratta di una bella prova di democrazia interna, che avrà comunque il suo culmine con le primarie del 30 aprile. Finora i risultati vedono in netto vantaggio Matteo Renzi, il segretario uscente. Se, come penso e spero, sarà rieletto con ampio consenso toccherà a lui prendere sul serio questa sfida e costruire quel partito popolare e pensante di cui parla la mozione. Abbiamo visto che al populismo non si può rispondere con “dosi omeopatiche” di populismo perché anziché immunizzare si finisce per prendere il virus. Quindi più partito, più partecipazione, più piazza, più dialogo con i cittadini perché è di questo che ha bisogno di nutrirsi il buon governo.

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