di Alberto Laganà – L’Italia si stava riprendendo dalla grande crisi del 2008, anche se con tassi di crescita risibili rispetto al resto del mondo, ora è arrivata questa epidemia a dare il colpo di grazia complice un sistema sanitario che in 10 anni (‘l’Europa ce lo chiede’) ha tagliato oltre mezzo milione di posti letto e non ha più investito in prevenzione.
Se guardiamo alle fredde statistiche i morti per malattie polmonari sono di molto inferiori allo scorso anno, quindi nessuna strage, ma il problema è stato l’afflusso contemporaneo di decine di migliaia di pazienti in rianimazione, in strutture cioè adeguate che non esistono più dopo la cura Monti e soprattutto Renzi (-10%) per star dietro all’Europa che chiedeva sacrifici. Stesso problema per la Spagna, ma non per Germania e Francia!
Ora si ha paura a ripartire e così perdiamo 55 miliardi al mese… che non abbiano e li chiediamo all’Europa ben felice delle nostre difficoltà.
Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna da sole contano per circa il 40% del Pil e già la Confcommercio stima una perdita di 5-7 miliardi di euro nel caso in cui la crisi si prolunghi fino a maggio e particolarmente colpiti saranno turismo, fiere specializzate, commercio, agricoltura, con milioni di occupati che si troveranno senza lavoro.
Confturismo stima un’affluenza di 22 milioni di turisti in meno nei prossimi tre mesi con un danno economico di 2,7 miliardi secondo l’associazione di categoria di Confcommercio. Il turismo da solo vale in totale 146 miliardi di euro, il 12% del Pil. La Confcommercio Emilia-Romagna ha dichiarato che il settore rischia di subire cali del fatturato fino a picchi dell’80-90%. Una stima «prudenziale» di Federturismo, l’associazione di categoria, stimava una perdita di 5 miliardi di euro su scala nazionale.
Secondo il Sole 24 Ore le vendite fuori dai confini nazionali delle amministrazioni interessate da casi di Coronavirus (Lodi, Cremona, Pavia, Bergamo, Milano, Monza, Sondrio, Padova, Venezia, Treviso, Piacenza, Parma, Modena e Rimini) valgono un totale di 138 miliardi di euro a fronte di un volume complessivo di esportazioni pari a 465 miliardi di euro.
Ma i danni maggiori li subirà il settore agroalimentare che coinvolge milioni di persone. Siccome le giacenze di vino in cantina sono elevatissime, la vendemmia di quest’anno andrà quasi del tutto perduta e se sommiamo i danni dovuti alla pioggia di due anni fa difficilmente il settore potrà riprendersi.
Solo nel 2018, sempre secondo dati Coldiretti, le esportazioni del cibo italiano erano lievitate fino a un valore di 41,8 miliardi di euro, proiettandosi a un ulteriore balzo del 5% nel 2019. Tra i settori cruciali quello enoico, con le esportazioni di vino italiano attestate dall’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor a un controvalore di 6,36 miliardi di euro (+2,9 sul 2018) .
Quindi che fare? E’ ovvio che bisogna far ripartire l’economia se non ci saranno interventi della Comunità Europea che tengano.
Basta rispettare le indicazioni dell’Oms, cioè il distanziamento dei lavoratori, distribuendoli in più turni, incrementando il telelavoro e ripristinare libertà di movimento almeno nel centrosud meno colpito dal virus asiatico, altrimenti non ci saranno morti per coronavirus ma aumenteranno quelli per fame.





