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Home » Contrazione della domanda mondiale e riflessi sull’Umbria
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Contrazione della domanda mondiale e riflessi sull’Umbria

admin_editore05 Mins ReadGiugno 4, 2020
 

Riceviamo e pubblichiamo

Abbiamo detto più volte che la crisi economica da Covid-19 è particolarmente difficile da affrontare perché colpisce sia il versante dell’offerta che quello della domanda, interna ed estera.

 
 
 
 
 
 

In particolare, la pesante flessione del commercio estero genera ripercussioni importanti sulle economie locali, non solo per quelle a forte vocazione esportativa, ma anche per le altre, comunque coinvolte in modo indiretto dal rallentamento della catena di produzione. Va ricordato infatti che l’export è una componente molto importante della domanda finale per la sua elevata capacità propulsiva sulla generazione di valore aggiunto.
Non è un caso che le esportazioni siano state, per il Paese, l’unica componente di domanda che nell’ultimo decennio ha contribuito ad attenuare i contraccolpi della recessione, contrastando la pesante perdita di impulsi generatisi sul fronte interno. Questo è vero soprattutto per quelle regioni a vocazione esportativa (l’area Nord Est ma anche le vicine Toscana e Marche) per le quali quello estero è un importantissimo mercato di sbocco; un po’ meno lo è per regioni più autoreferenziali come l’Umbria, sostenute prevalentemente dalla domanda interna.
Oggi il rallentamento degli scambi internazionali sta assumendo dimensioni piuttosto preoccupanti. A livello nazionale, secondo le più recenti previsioni della Commissione europea, le esportazioni nel 2020 potrebbero diminuire del -13% (con un rimbalzo positivo stimato al 10,5% per l’anno successivo), ma la perdita pronosticata da Banca d’Italia si spinge al -15,4%.
Naturalmente, la caduta della domanda proveniente dagli altri paesi colpisce settori economici e territori in modo differenziato. Ad essere più penalizzati sono i comparti manifatturieri più aperti al commercio internazionale. Tra quelli maggiormente esposti troviamo tessile-abbigliamento, apparecchi elettrici, macchinari, autoveicoli, alimentari e bevande, metallurgia, chimica, gomma e plastica.
Tenendo conto della specializzazione esportativa umbra, per la quale i primi quattro settori (metallurgia, meccanica, moda e alimentare) da soli coprono oltre due terzi del totale, si prefigurano conseguenze fortemente negative sulle esportazioni regionali. Questo anche in considerazione del fatto che la domanda estera di prodotti umbri per i 2/3 proviene dagli stati dell’UE28 (la Germania da sola copre quasi un quinto dell’export totale umbro) e per un 10% ciascuno dagli Usa e dal continente asiatico. 

In realtà, il grado di sofferenza derivante dal calo del commercio estero dipende non solo dalla struttura delle esportazioni e dalla variazione attesa della domanda estera per settori e per paesi, ma anche dal grado di apertura regionale (fatturato esportato su Pil), in Umbria notoriamente sottodimensionato.
Combinando questi fattori è possibile arrivare a un indice sintetico in grado di rappresentare l’impatto derivante dalle variazioni della domanda estera. È quello che ha provato a fare recentemente Prometeia con il suo “indice di vulnerabilità” calcolato per le economie regionali. In base a queste elaborazioni, le regioni più esposte alle ripercussioni derivanti dalla contrazione della domanda internazionale sono Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, mentre la meno penalizzata risulta essere la Calabria.
Come si colloca l’Umbria?
Per quanto riguarda il grado di apertura, la regione si piazza all’11° posto (con un valore di 0,46 in una scala da 0 a 1). Ma, data la sua struttura esportativa, sale in 7^ posizione (con 0,67) in termini di sensibilità alle variazioni della domanda estera.
La sintesi di queste due informazioni è condensata nell’indice composito di vulnerabilità, che vede l’Umbria nella seconda metà della graduatoria al 13° posto con 0,57.

Come va letto questo suo posizionamento?
Intanto va detto che la regione in fase di recessione risentirebbe di meno dello shock esterno, avendo una vulnerabilità alle variazioni dell’export più bassa della media, cosa che in prima battuta potrebbe essere letta come un relativo vantaggio. Tuttavia questo dato costituisce di fatto un elemento di debolezza, perché impedisce alla regione di beneficiare appieno del potere propulsivo della domanda estera nelle fasi espansive. Ricordiamo infatti che la porzione di valore aggiunto che rimane dentro l’Umbria a seguito dello stimolo generato dalla domanda finale è ben più alta nel caso delle esportazioni rispetto a quanto succede per la spesa per consumi delle famiglie e per gli investimenti.
Questa relativa bassa esposizione umbra agli shock esterni da domanda mondiale non dipende tanto dalla specializzazione esportativa, che risulta invece concentrata in settori particolarmente esposti, quanto da un grado di apertura alla domanda estera molto basso. Al riguardo, è emblematico il tradizionale sottodimensionamento del fatturato umbro realizzato all’estero, testimoniato da una incidenza sul totale nazionale che si mantiene strutturalmente intorno allo 0,9%, una quota molto al di sotto dell’1,3% espressa in termini di Pil.
È vero che il rapporto tra il fatturato esportato sul Pil prodotto in Umbria ha raggiunto nel 2018 il 18,9% (il valore più alto di sempre), ma solo grazie all’eccezionale crescita delle esportazioni (+9%) in un quadro di quasi stazionarietà del Pil nominale. L’export umbro è poi tornato a calare nel 2019, in controtendenza ad una performance italiana ancora in aumento. L’intensità della contrazione del commercio mondiale nel 2020, così come le aspettative di rimbalzo per il 2021, dipenderanno ad ogni modo dalle dinamiche evolutive del contagio nei prossimi mesi.

 Elisabetta Tondini e Mauro Casavecchia
   Agenzia Umbria Ricerche

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