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Home » Con Fabiola Mengoni verso l’eden dimenticato
Archivio

Con Fabiola Mengoni verso l’eden dimenticato

admin_editore05 Mins ReadOttobre 21, 2016
 

di Francesco Castellini – C’è qualcosa di antico, anzi di nuovo, nelle creazioni di Fabiola Mengoni. Solchi profondi, che non passano mai inosservati, che lasciano segni negli occhi e nel cuore.

E ogni suo colore in qualche modo mantiene in sé una forza che ammalia, che ipnotizza, che attrae. Che riporta dritti ad un eden dimenticato. Se poi vai a chiederti perché, bhè allora bisogna andare oltre, entrare al di là della superficie per ritrovarsi come dietro lo specchio in un mondo fatato, dove ci si sente avvolti da mille sensazioni in più, che hanno il potere di sollecitare i sensi tutti. E dunque non solo ci si ritrova avvinti da mille cromie, ma si ha come l’impressione di perdersi fra quelle meraviglie, di sentire salire suoni che incantano e perfino sembra quasi di percepire il profumo che lievita da quei laghi lucenti, o dagli effluvi sprigionati dai giardini fioriti; e sanno di buono perfino gli odori di quei corpi avvolti da una luce che sa di pioggia e di terra bagnata. Attimi rubati al tempo. Congelati per sempre, che raccontano molto di più di quello che la mano riesce a fermare. A ben vedere hanno in sé dei movimenti impercettibili, perché sono pieni di humus, in grado di incasellare uno stato d’animo, che rivelano la capacità di cogliere quell’attimo fuggente che solo in pochi hanno il potere di agguantare e donare. Come un fiore appena spezzato eppur vivo, sempre seducente e inebriante, perché reciso con cura, solo con l’intento di poterne assorbire e condividere tutto il suo magico splendore.

 
 

Messaggeri d'amore. Ecco allora che i dipinti di Fabiola non si accontentano di intrigare lo sguardo, ma, a differenza di un’arte bislacca e sterile figlia di una moda circoscritta nel tempo, vanno controtendenza e si rivelano straordinari messaggeri d’amore. Composizioni che non si limitano a ritrarre la bellezza astratta e vacua, ma che osano guardare al di sotto del velo sottile della consuetudine e di quell’ovvia formalità che tutto appiattisce. Le cornici per lei sono scrigni che racchiudono e proteggono dai guasti del tempo storie intensamente vissute.

Alla ricerca della felicità. E forse non a caso rivelano tutti scorci di un mondo bucolico, raccontano di un paradiso lontano ma ancora possibile, e dunque rivelano per questo l’animo puro di uno spirito mai domo e indifferente, che persegue la felicità. C’è un’energia forte, un’attenzione curiosa, nella forza di pennellate corte e nervose, massicce e dense, che riversano colore sulla tela come fosse magma incandescente. Una materia viva, che anche quando sembra ferma ribolle, e lentamente si espande. Un’artista che sa aggiungere un valore a ciò che la circonda, che sa contagiare con la sua tensione e che trasmette in ogni cosa che tocca i paragrafi intimi di un'autobiografia, che, si comprende, è stata, ed è, sempre intessuta di forti emozioni.  

La libertà è partecipazione. E in tutti quei colori tersi e acidi, in quei tocchi di pennello nervosi e scattanti, nel suo modo pastoso di stendere la vernice, con la tendenza ad accentuare gli strati paralleli, e il virtuosismo nel variare le tonalità, nell'andamento nevrotico e repentino dei tocchi, nei tagli prospettici arditi e coraggiosi, insomma in quell'estetica audace che appare così lacerante e comunque seducente, c’è tutta l’arte della partecipazione, la coscienza del sentirsi teoria di un tutto, la consapevolezza di aprirsi e di confondersi con gli altri.

Dolci riflessi di un'anima candida. E non è un caso che proseguendo il cammino nella tela ci si accorge che la tavolozza usata ha cambiato mille volte registro: a tratti i colori si sono fatti cupi, a volte si schiariscono e si trasfigurano nella loro pastosità, creando contrasti tonali dai toni acuti. Ed è come se il conflitto di chiaroscuri che la vita riserva, tra brevi felicità e rapide crisi, tra follie e turbamenti, tra l’abbraccio degli amanti e lo sguardo dolente di Angeli e Madonne, ci sia celata una missiva d’amore e di speranza. Quello di Fabiola è dunque tutto un perdersi fra i dolci riflessi di un’anima candida. Una missione che fa ancora più effetto perché quella sua luce cala come un raggio a penetrare il buio crepuscolare in cui è caduta l’umanità assente, che mai come ora sembra ripiegarsi in se stessa e perdersi nel vuoto, rapita in un gorgo che tutto risucchia e annienta. E allora solo in quelle tonalità accese, dai toni acuti, dagli odori acerbi e ancestrali, che ricalcano le atmosfere di una realtà verace, autentica, è racchiusa tutta la sua “rabbia-felice” e, a dirla tutta, il compito dell’artista, che è poi la voglia di scuotere le coscienze “cantando” di paradisi perduti, consapevole però che solo una luce intensa come un lampo, un’energia improvvisa, una scossa, così come un tocco fulmineo e aspro, hanno il potere di tornare a far battere il cuore.  

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