di AMAR – Siamo a maggio e mi pare il caso di riparlare proprio del Re di maggio. Comincia che pare una favola, invece, come scrissi altra volta, è la narrazione di un evento storico accaduto in Italia, 73 anni fa, con protagonista l’ultimo dei Savoia, Umberto II. All’anagrafe della nobiltà, aveva altri nomi: Nicola, Tommaso e Giovanni Maria, nato (1904) nel castello reale di Racconigi in Piemonte, da Vittorio Emanuele III (il diversamente alto) ed Elena del Montenegro. In famiglia nessun concorrente al trono, soltanto 4 sorelle, Jolanda, Giovanna, Maria e Mafalda, quest’ultima morta nel campo di sterminio nazista di Buchenwald.
Ad Umberto misero in testa la corona il 9 maggio 1946 e lui se la tolse 35 giorni dopo, il 13 giugno, andando in esilio in Portogallo, come il suo trisavolo Carlo Alberto. Durante quel regno – lampo, gli italiani votarono (2 giugno) il referendum e scelsero la Repubblica, con 2 milioni di vantaggio sulla Monarchia (54,3% contro 45,7%). Una curiosità: A Trento il record per la Repubblica con l’85,0%, a Napoli per la Monarchia 78,9%.
Il futuro Re ebbe una educazione di tipo militale non molto affine al suo carattere di uomo propenso alla vita mondana, più che ai doveri dinastici. Trascorse infatti gli anni giovanili nei salotti bene della Torino blasonata. In dissenso con il fascismo, rimase quasi sempre lontano dal potere. Aveva sposato, scrissero gli storici per amore, la principessa del Belgio Maria Josè Coburgo Sassonia – Gotha. All’epoca del matrimonio, il Corriere della Sera definì la Regina – anche lei di maggio – “fiorente nella bella persona, di una robustezza mai disgiunta dalla grazia … ricca di energia interiore”. Il suocero non l’ebbe mai in simpatia per le sue idee anti nazifasciste.
Non era cominciata bene quell’unione: il giorno del fidanzamento, a Bruxelles, lo studente italiano Fernando De Rosa gli sparò una rivoltellata mancandolo per un pelo. Il matrimonio non fu tutto rose e fiori per la differenza di pensiero e di interessi. In più, i coronati Savoia, detentori di un alto potere autonomo, non andavano a genio all’uomo (Mussolini) che voleva essere solo al comando. Non potendo contrapporsi al Re, il duce se la prese con l’erede sabaudo e gli spioni dell’OVRA, la polizia segreta in camicia nera, portarono avanti una sistematica denigrazione, addirittura sulla presunta omosessualità di Umberto (lo chiamavano “stelassa”) e l’infedeltà, peraltro falsa, di Maria Josè. Persino quando cominciarono a nascere i figli della coppia, circolarono voci riguardanti l’ incerta paternità. Loro però proseguirono imperterriti e misero al mondo Vittorio, Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice, nota agli italiani per la storia di amorosi sensi, completamente “fuori schema”, con l’attore di stile molto romanesco, Maurizio Arena.
Il primo impegno ufficiale di rappresentanza della “coppia magnifica”, ebbe luogo in Umbria, ad Assisi, in occasione delle nozze tra la sorella di lui Giovanna e il Re Boris III di Bulgaria. Seguì, poco dopo, la partecipazione alla cerimonia di esposizione della Sacra Sindone, che era di proprietà dei Savoia. Durante gli anni ’30, proseguì l’opera di emarginazione del Principe ereditario, tenuto fuori dagli incarichi nilitari, pure durante la Campagna d’Africa che fece cadere sulle alte sfere del regime, una pioggia di medaglie e benemerenze.
A giudizio dei nazisti, all’inizio del 1940, ci fu un complotto anti tedesco e a danno di Mussolini, con la collaborazione attiva di Maria Josè e pure di Umberto, nel tentativo di coinvolgere personalità della politica e della cultura, compresi alcuni esponenti come Ciano, Balbo, Badoglio ed altri antinterventisti. Quelle manovre non furono ben viste dal Sovrano che criticò l’intromissione di Umberto, dicendo “in Casa Savoia si regna uno alla volta”. Non andò a buon fine la trama, perché il duce batté tutti sul tempo con l’entrata in campo del 10 giugno 1940. Quando le sorti del conflitto declinarono verso la disfatta dell’Asse, il rapporto regime – Casa Savoia divenne conflittuale, arrivando all’arresto di Mussolini dopo la sfiducia nel suo operato da parte del Gran Consiglio.
Finita la guerra, rimase in piedi solamente la Monarchia con Vittorio Emanuele III e Umberto. Il vecchio “sciaboletta” era talmente compromesso con l’“era fascista” da rischiare di compromettere definitivamente l’immagine dei Savoia, abbastanza logorata pure per la recente “fuga di Brindisi”, definita un pandemonio. Eliminata la dittatura, qualche rischio politico, di fronte agli italiani, appariva reale. Vittorio Emanuele, seppure riluttante, cedette alle pressioni della Corte, abdicando a favore del figlio (9 maggio 1946), il quale assunse il titolo di Umberto II. Il tentativo era di scindere il più possibile le responsabilità della Casa regnante dalla disfatta.
A seguito del referendum del 2 giugno, gli animi si accesero. Volarono parole grosse con l’accusa di brogli elettorali, di minacce tra le avverse fazioni. Gli storici dicono che Umberto II decise di evitare i pericoli del confronto violento. Poco dopo le 17 del 13 giugno, un aereo decollò da Ciampino portando in esilio l’ultimo Savoia – Carignano. Destinazione Portogallo, nello stesso luogo dove, un secolo prima, s’era recato, pure lui in volontario esilio, il trisavolo Carlo Alberto.
Ora la cesura con il ventennio passato aveva tracciato un solco profondo e definitivo. Via la dittatura, via la Monarchia: il futuro fu Democrazia e Repubblica. Seppure tra le macerie, si poteva riparlare di libertà, di pluralità di opinioni, di diritti civili, di popolo sovrano, di una nuova organizzazione di Stato. L’Italia riprese il suo posto nel consesso internazionale, per assumere poi un ruolo di rilievo nel processo di costruzione dell’Europa unita. Che ha assicurato al Continente oltre 70 anni di pace costruttiva, dopo due guerre inumane e disastrose.





