Il nuovo disco con le testimonianze di tanti concerti
Siamo entrati realmente a ritmo di marcia con un marziale pezzo di Carl Maria von Weber, un modo a dir poco baldanzoso per manifestare il nostro atteggiamento verso il nuovo anno. Anche originale, se vogliamo perché Franco Radicchia, che da quasi trenta anni dirige la manifestazione il primo e unico valer di Strauss l’ha messo in seconda posizione. E si trattava del “Vino, donna e canto” nella brillante versione di Antonio Rossi, mentre la marcia di Weber, un piccolo pezzo Biedermeier dall’originale a quattro mani, era strumentato da Domenico Agnusdei.
In uno spazio absidale avvolto dall’oscurità, data la assenza di un idoneo palco luci, la formazione del presidente Raul Bonaca, artefice di un appuntamento che si ripete da trentanove anni, consente alla città di entrare nella nuovo annualità in spirito di autentica democrazia con la musica del “terzo stato”, a ingresso gratuito e, come affermato, anche col parcheggio pagato, grazie alle premure dell’assessore Croce. Certo, l’amministrazione comunale è sembrata assente dalla manifestazione, senza un rappresentante che augurasse qualcosa di buono ai cittadini. Non si tratta di snobbare, ma quando eravamo nella sala dei Notari almeno qualche membro della Giunta si faceva almeno vedere. Speriamo ieri pomeriggio di aver visto male. Gli ascoltatori invece gremivano l’abbazia benedettina si aspettavano dalla musica della Filarmonica quell’abbraccio affettuoso che certe musiche sanno offrire. Oltretutto le competenze direttoriali di Radicchia sono al vertice della sua maturità di uomo e di artista e abbracciano tutta l’area individuabile tra lo spazio sacro e quello profano. Con la sua preparazione di maestro di coro Radicchia ha diretto poco dopo Natale il bel concerto in Cattedrale, con la pregnante “Messe solennelle” di Louis Vierne alla presenza dell’Arcivescovo Meffeis che ha poi impartito la sua benedizione a musicisti e pubblico presente.
Ieri si trattava di un cerimonia laica e le musiche erano tutte improntate alla gioiosità dell’evento, anche se la mancanza di qualche solista di canto o di uno strumentista di riferimento ha tenuto il livello del concerto su una medietà di accenti che hanno toccato vari aspetti del repertorio senza accentuarne nessuno. Un bel momento di spicco è stata la presenza del sax soprano del giovane Gianluca Giovagnoni nel “La dama del canto” di Flavio Bar, incastonata tra una “Carmen suite” e l’immancabile valzer di Shostakovic, con cui il musicista, peraltro di complessa e articolata importanza, paga ancora il suo tributo al consumismo. La Filarmonica, che raccoglie il meglio dei fiati umbri, ha un bel timbro e uno adeguati spessore acustico, che è stato comunque intensificato da una microfonatura che nello splendido spazio monumentale dove hanno diretto i migliori maestri della storia non avrebbe alcuna ragione di essere. Ormai Umbria Jazz e le manifestazioni pop di massa hanno talmente rovinato l’orecchio della gente che si ignora beatamente la storia di un abbazia che von Karajan definì, per la sua risonanza naturale, la più bella sala dove avesse mai diretto. Prendiamo anche questo come un segno del cambiamento dei tempi e segnaliamo la bella prova strumentale offerta dalla Filarmonica nelle sillogi di brani di de André e della Piaf proposti come momento più sostanzioso dell’appuntamento. Significativa l’unica presenza natalizia, il bel “Gospel John”, un annuncio della salvezza dell’americano Steinberg nella realizzazione di Bacci.
L’occasione del concerto di inizio anno è stata propizia per la Filarmonica Puletti per presentare al pubblico una incisione discografica che raccoglie il meglio delle registrazioni dal vivo di concerti realizzati nell’arco dei decenni sia nella sala dei Notari che qui in san Pietro. D’altra parte per una formazione che data dal 1910 e che si vale di una corposa pubblicazione storica e documentati di Stefano Vicarelli la traccia sonora è destinata a lasciare un solco nella memoria di quanti verranno, per ricordare il forte spirito democratico e la valenza di associazioni umano e sociale che a sempre caratterizza la vita delle bande. Qui a Perugia, in particolare, lo spolverio brillante di Umbra Jazz ha impedito la rinascita di una banda cittadina, che sarebbe stato uno bello sfogo professionale per i molti strumentisti a fiato del Morlacchi. Ma, su un piano di riflessione più alta alla quale invitiamo a partecipare anche l’assessore regionale Tommaso Bori, un giovane che ha mostrato di avere a cuore il suo mandato politico, a Perugia esiste un tessuto connettivo a partire dalla gloriosa e mai dimenticata case editrice “Tito Belati”, che dall’anno 1900 produsse strumenti a fiato tuttora conosciuti e suonati in varie parti del mondo. Presente in città con un imponente archivio che la Sovrintendenza ha più volte dichiarato di voler catalogare per preservarlo, la Belati è stata coinvolta dal suo ultimo presidente, Mario, funzionario di altissimo livello dell’allora Ministero per la Ricerca Scientifica, in un processo di rivalutazione della vita bandistica, concretizzatosi in convegni e concerti, uno dei quali al teatro Morlacchi col complesso della Guardia di Finanza.
Gli studi di Luca Ferrucci, economista oggi ai vertici di Sviluppumbria, hanno saldato la nostra città a un piano di progettazione di ampio respiro realizzato dalla Anbima nazionale, l’associazione che accoglie ben millecinquecento complessi italiani. Si tratta quindi di fare coinvolgere sulla Filarmonica Puletti, gli interessi il peso di un intervento pubblico che trasformi un evento di inizio anno in qualcosa di più stabilmente legato a quella sfera della vita associativa che è la banda. E non si tratta di rassegne o manifestazioni festivaliere, ma di una stabilità che consenta ampio respiro e sicurezza bande che, ultimamente, si vedono sfrattate dalle sedi precedentemente loro concesse, esponendosi al rischio di estinguersi. Il concerto di capodanno e il duplice disco inciso dalla Puletti potrebbero e dovrebbero essere la piattaforma iniziale di quella nuova legge regionale che l’assessore Bori ha dichiarato di voler applicare n funzione della sua convinzione più volte espressa che un ero investito sulla musica “ne produce tre”.
Stefano Ragni





