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1 Settembre 1939: la data scritta in colore rosso sangue

admin_editore06 Mins ReadOttobre 21, 2016
 

di Adriano Marinensi
Uno dei giorni drammatici del XX secolo fu il 1 settembre 1939. C’è una foto che lo rappresenta: si vedono alcuni soldati tedeschi che rimuovono una sbarra di confine. Il confine della Polonia, aggredita dalle armate naziste. Iniziava, non una guerra, ma la catastrofe.

Quei sette soldati non stavano spostando un confine, stavano spostando la storia. Alla fine, li travolgerà, insieme ad un numero enorme di commilitoni, una accozzaglia di passioni politiche malate di megalomania criminale.Ero uno dei nati da poco quando ciò accadde e, di lì in avanti, molti avvenimenti mi sono rimasti in memoria. Gli altri ho cercato di conoscerli attraverso le cronache, soprattutto per capire le ragioni di tanto disastro, dei massacri, delle distruzioni, della ferocia. Non ho una immagine particolare di quel giorno, perché il capo del fascismo non s’era ancora affacciato al balcone per declamare che “l’ora segnata dal destino” aveva bussato alla nostra porta. Lo farà alcuni mesi dopo, il 10 giugno 1940, di fronte alla solita “folla oceanica”,

 

accalcata in piazza Venezia. Più che folla, follia, anzi la follia della folla: chissà quanti degli uomini e donne, li sotto festanti, alla fine dell’avventura, contarono morti, dispersi e invalidi per sempre nelle loro famiglie. In quella piazza, avevano esternato una gioia assurda per la dichiarazione di guerra.Dal 2 marzo 1939, a Roma, c’era un Pontefice nuovo. Al secolo, Eugenio Pacelli, sul soglio di Pietro, Pio XII. Gli toccherà attraversare tutto il Calvario e caricarsi sulle spalle il male del mondo. Lui che non aveva eserciti da mettere in campo. Giuseppe Stalin, a chi gli indicò l’esistenza dell’alto potere papale, rispose con una domanda : “Quante divisioni  ha questo Papa ?” Certo, nessuna e nella logica dei tiranni, tale condizione emargina ogni autorevolezza religiosa, civile e morale.

Il potere spettava tutto intero alle armi. Convenzionali e di sterminio. Al Fuhrer, che aveva, da tempo remoto, studiato il folle progetto di governare il mondo con l’uomo di pura razza ariana, serviva un pretesto, seppure il più banale, per aprire il fuoco. Se lo creò da solo, mandando un manipolo di S. S., vestito con l’uniforme dell’esercito polacco, ad aggredire una stazione radio tedesca. Fu sufficiente per dare inizio all’invasione della Polonia.Di fronte a tale proditoria sopraffazione, il nostro Corriere della Sera, il 2 settembre 1939, sotto il titolo “Scocca l’ora decisiva”, scrisse grottescamente: “Inghilterra e compagni inchiodati alle loro tremende responsabilità”. E, nell’articolo di fondo : “Riteniamo che in nessun Paese del mondo,

nessuna persona in buona fede possa restare in dubbio sulla volontà di conciliazione che emerge dalle proposte germaniche”. All’anima della buona fede ! L’ inchino della nostra stampa all’alleato nazista era palese, però, in detta occasione, aggravato dalla connivenza mentitrice. E corredato dal “commosso discorso del Fuhrer al suo popolo”. Aveva detto, Adolfo il terribile, in mezzo alle innumerevoli tracotanze: “Io porterò la lotta sino alla fine e cioè sino a quando avrò assicurato la sicurezza del Reich e il raggiungimento dei suoi vitali diritti”. Per fare ciò, aggiunse: “Ho indossato stamane la mia divisa di soldato e la toglierò soltanto dopo la vittoria”. Intanto, su Stampa Sera, insieme al compiacimento per “l’inizio delle operazioni belliche”, veniva insegnato agli italiani “come si mette la maschera antigas: non è un berretto che si può indossare di sghimbescio”. Amedeo Nazzari, con il film Luciano Serra pilota, s’era ben comportato alla Coppa d’oro Mussolini. Film strappalacrime patriottiche (regia di Goffredo Alessandrini), campione di incassi, girato in interni nei nuovi stabilimenti di Cinecittà, inaugurati nell’aprile del 1937 e, per gli esterni,

in Africa orientale, per la gloria dell’Impero appena conquistato. Il pallone, dopo la pausa estiva, ricominciava a rimbalzare sui campi di calcio e l’Ambrosiana aveva rifilato alla Roma di Masetti sette gol a zero. La signora Maria Macchi, vedova Canti, di anni 81, sarà s tata di sicuro persona importante per meritare la sfilza di necrologi, in evidenza sul Corriere di quel giorno. Che parlava pure del “Cervino scalato da una pattuglia di Giovani fascisti” e  da essi dominato arditamente. Prime avvisaglie di mercato nero, futuro produttore di arricchimenti di guerra. Un R. D. L. stabiliva: “Chiunque accaparri derrate o merci oltre le normali esigenze della propria industria e del proprio commercio … è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa sino a lire 10.000”.  Allo stesso tempo, “il Governo, esaminata la situazione delle disponibilità di grano, farina, pasta, riso e zucchero, ha riconosciuto che esse sono sufficienti ai bisogni del Paese”.

In Italia, gli ultimi mesi dell’anno e i primi del 1940 servirono per organizzare quella sorta di armata Brancaleone per poi intervenire nella “guerra lampo” di Hitler e procurarsi, lo disse Mussolini, qualche migliaio di morti onde avere diritto a sedersi al tavolo della pace. Non andò così e quindi, a causa della funesta apocalisse, provocata dalle due scimmie urlanti dai balconi, il 1 settembre 1939 l’abbiamo dovuto segnare in rosso sul calendario della storia. Rosso sangue, il colore che ha contrassegnato, durante sei lunghi anni, la vita e il destino di milioni di uomini. Siamo oggi nel Giubileo della Misericordia, un sentimento la misericordia, l’opposto nobile dell’odio, della crudeltà, della barbarie, protagonisti, in tale periodo, ben oltre l’offesa delle armi.Tra gli orrori sparsi nel mondo, spiccano per parallela ignominia, le camere a gas dei campi di sterminio, le rappresaglie naziste, insieme al terrorismo aereo

dei cosiddetti bombardamenti a tappeto degli anglo – americani. Tra questi – a guerra quasi finita – è il caso di ricordare, in Europa, Dresda (13 – 14 febbraio 1945 – decine di migliaia di morti)  e, in Oriente, Tokyo (9 – 10 marzo 1945 – ancora decine di migliaia di morti). Oppure, l’ecatombe durante la Battaglia di Stalingrado, dal 28 agosto 1942 al 2 febbraio 1943: da un lato, 1 milione di tedeschi tra morti, dispersi e prigionieri e dall’altro quasi 500.000 russi tra soldati e civili. C’era un gigante del mare, il 30 gennaio 1945, in navigazione nel Mar Baltico. Non era una nave da guerra, batteva solamente bandiera tedesca. Un sommergibile sovietico le lanciò contro tre siluri. Fu il più grave naufragio della storia: 10.000 le vittime.

Sono storie orribili, dentro un dies irae apocalittico, che stanno a dimostrare come, in ogni conflitto armato, la vita umana sia qualcosa di marginale, di scarsamente considerato rispetto ai metodi con i quali, gli strateghi della violenza pianificano le loro azioni scellerate. E’ ciò che è avvenuto verso la metà del secolo scorso ed ha distrutto mezzo mondo. Ovunque, anche nelle piccole contrade, ci sono lapidi a ricordo di sacrifici umani a fare da monito, purtroppo inascoltato. Questo ho scritto, non per commuovere, ma per portare un piccolo contributo al convincimento che, la guerra, qualsiasi guerra, è il male assoluto.

 

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